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Apple cede a Pechino su iCloud: addio privacy per gli utenti cinesi?

Da domani dati e relative chiavi di encryption degli utenti Apple iCloud della Cina continentale risiederanno non più negli USA, ma a Guizhou in un datacenter fondato dal governo. Timori per privacy e libertà d’espressione.

Da domani 28 febbraio 2018, i dati su iCloud dei possessori di un dispositivo Apple residenti in Cina saranno trasferiti dai server americani a quelli di un nuovo partner cinese, Guizhou-Cloud Big Data Industry Development Co., Ltd. (GCBD).

Apple ha dovuto cedere ad una normativa emessa dal governo Pechino contenente un messaggio molto chiaro: i dati dei cinesi devono restare al di qua della Grande Muraglia. Opporsi avrebbe potuto significare, per il colosso di Cupertino, la perdita del più grande mercato asiatico: in Cina, Apple è il primo rivenditore straniero di smartphone (il quarto dopo le indigene Oppo, Huawei, e Vivo) con un fatturato da oltre 10 miliardi di USD a trimestre (un quinto delle sue quarterly total revenue).

Insieme ai dati saranno trasferite sui server di GCBD anche le chiavi e le regole crittografiche che proteggono i dati archiviati sulla nuvola. Questo significa che, laddove ritenga necessario accedere a queste informazioni, l’autorità cinese non dovrà richiedere apposita autorizzazione al sistema legale americano. Basterà un ordine di perquisizione di una corte cinese e GCBD dovrà collaborare all’estrazione dei dati. E siccome il nuovo local partner di Apple è una compagnia fondata (nel 2014) dal governo cinese è difficile immaginare che una richiesta d’accesso possa scontrarsi con un diniego (contrariamente a quanto accaduto alle autorità americane, ad esempio, nel caso San Bernardino).

Pechino sta da mesi mettendo in difficoltà le tech firms americane con regole sempre più stringenti in materia di cybersecurity: IBM, Microsoft e Intel si sono scontrate con la richiesta di consegnare al governo cinese i codici sorgente dei propri programmi e device per dimostrare che questi non possano essere compromessi da incursioni ostili di hackers o intelligence estere. La nuova normativa cinese, con un linguaggio generico quanto inquietante, afferma che la tecnologia deve essere “secure and controllable ”.

Controllabile da chi? Dal polit-bureau della Repubblica Popolare, ovviamente. A questo punto diventa difficile distinguere i confini tra rafforzamento della cyberscuirty nazionale e la possibile introduzione di nuove forme di sorveglianza governativa: il timore è che la prima sia il pretesto perfetto per espandere la seconda.

Un timore che diventa profonda preoccupazione considerato il drammatico quadro di repressione del dissenso, della diversità religiosa e di altre forme di non omologazione. Il Rapporto Amnesty 2017-2018, nel tracciare uno scenario sconfortante, segnala: “La legge sull’intelligence nazionale ha utilizzato (…) concetti vaghi ed estremamente generici di sicurezza nazionale e ha garantito a tutti gli effetti poteri incontrollati alle istituzioni d’intelligence nazionale, con ruoli e responsabilità non chiari. Tutte queste leggi non prevedevano salvaguardie contro la detenzione arbitraria né tutele del diritto alla riservatezza, alla libertà d’espressione e ad altri diritti umani ”.

Comunque sia, la vicenda iCloud testimonia che Pechino tira dritto per la sua strada. Ad Apple non è rimasta altra opzione che piegarsi alle regole del gioco ammettendo che si tratta di una sconfitta. Come riportato da Reuters, da Cupertino fanno sapere che “Abbiamo provato a preservare iCloud da questa normativa, ma è stato un insuccesso ”.

Apple intende, tuttavia, avvisare con chiarezza gli utenti dei cambiamenti in atto. Domani costoro riceveranno una notifica, già consultabile sul sito di Apple, che consiglierà di disattivare la nuvola a chi non dovesse gradire la nuova dislocazione e le nuove Terms & Conditions (ossia – questo è il non detto – a chi non volesse rendere i propri dati accessibili dal proprio governo).

Rinunciare alla iCloud significherà perdere diverse funzionalità che arricchiscono l’esperienza d’uso del melafonino. Ne menzioniamo solo alcune:

  • Backup in cloud
  • Galleria fotografica sulla nuvola, condivisione foto e documenti, iCloud Drive
  • Trova il mio iPhone o Mac
  • Apple Pay e Portachiavi iCloud
  • iCloud Mail
  • Game Center
  • Dati derivanti da App che girano su iCloud

In altre parole, l’utente cinese che vorrà mantenere i propri dati al riparo da ingerenze governative – e che magari aveva scelto un prodotto Apple proprio perché costituiva un miglior presidio per i propri dati – da domani dovrà si troverà costretto a mutilare con le proprie mani (cliccando su iCloud opt-out) le funzioni del proprio costosissimo dispositivo. E forse da dopodomani cercherà di capire se non valga la pena sostituirlo con un altro prodotto che garantisca tutte le feature senza doversi preoccupare che i propri file possano essere monitorati o sequestrati senza legittimo motivo. Di certo, l’utente che non desidera essere sorvegliato, difficilmente prenderà in considerazione l’acquisto di un telefonino made in China visto che i produttori locali non sembrano esattamente impermeabili alle ingerenze statali (leggi qui e qui un paio di articoli a riguardo).

2018-02-27T12:55:01+00:00 27 febbraio 2018|Cloud, Hot topics, Smart Device, Sorveglianza Governativa|