Qualcuno ci spia. Sempre La diffusione dei mezzi elettronici mette sempre più in pericolo la nostra privacy. Dalle telecamere per la sorveglianza alle carte di credito, dal Telepass al telefono cellulare, ecco tutti gli strumenti che ci facilitano la vita ma lasciano anche una scia elettronica dove si possono trovare molte informazioni su di noi. E in futuro..... di Si chiamano webcam e negli Stati Uniti rappresentano l'ultima moda in fatto di sicurezza. Sono mini telecamere collegate a Internet e si possono piazzare dovunque: nell'asilo per assicurarsi che non sia assaltato da un pazzo con bazooka, nel salotto di casa per controllare i bambini mentre si lavora. Informano in tempo reale, sono rassicuranti e aiutano a tenere a bada lo stress. Ma nello stesso tempo costituiscono un motivo di sottile inquietudine: lo stesso sensore può perdere innocenza se serve a tenere sotto controllo i ritmi di lavoro dei maestri dell'asilo o sott'osservazione la scollatura della babysitter. Non è solo una preoccupazione americana. La Francia, dopo aver censito 150 mila telecamere in metropolitane, scuole, grandi magazzini, aeroporti, ministeri, banche, ha approvato una legge che obbliga a informare le persone controllate. E il problema comincia a porsi anche in Italia. A Milano i controlli video hanno fatto la loro apparizione al liceo artistico Umberto Boccioni: lo scopo era nobile, scoraggiare gli spacciatori, ma gli studenti non hanno gradito veder immortalare ogni loro gesto e così per sedare la rivolta è dovuto intervenire Stefano Rodotà, presidente dell'Autorità garante per la privacy. Sulla Salerno-Reggio Calabria il rischio rapina sarà diminuito dall'occhio vigile di un satellite che filmerà quello che avviene in una striscia larga dieci chilometri. Alcune compagnie di taxi hanno sostituito la vecchia radio del circuito interno con un collegamento satellitare; in questo modo si risparmiano tempo e liti perché la centrale operativa individua automaticamente la macchina più vicina al diente, ma si offre al tassista anche un'altra opportunità: appena schiaccia il pulsante d'allarme entrano in funzione le telecamere interne e il collegamento viva voce con il centralinista della compagnia. La necessità di fissare le regole della video sorveglianza sta diventando sempre più urgente, ma il problema è in realtà molto più ampio. L'informatica è entrata nelle case, nelle macchine, negli uffici, nei negozi, praticamente in ogni momento della nostra giornata. E ogni volta che utilizziamo i microchip lasciamo una traccia nel silicio, una scia elettronica che consente di prenderci le misure. Non è un dramma ma chi non prende atto di questa realtà si espone a inconvenienti incresciosi come a passi falsi catastrofici. Ocalan pare sia stato scoperto intercetando il suo cellulare e pochi giorni fa un iniziativa promozionale dalla British Telecom è costata cara a un costruttore inglese: la compagnia aveva offerto a tariffa speciale un numero che risultava usato con molta frequenza da vent'anni, la moglie lo ha digitato e ha scoperto di parlare con l'amante del marito. Nella vita quotidiana questi episodi non appaiono, ma la scia elettronica viene comunque emessa e c'è chi la utilizza. Prendiamo una giornata tipo. Il signor Rossi si sveglia e, dopo la colazione, fa una telefonata dal cellulare fornendo la prima traccia: comunica a una centralina la sua posizione (non per nulla i latitanti utilizzano cellulari con schede prepagate intestate ad altri). Poi esce per fare un regalo a un amico che abita in una città vicina. Una puntata al bancomat per un po' di contante permette al computer della banca di registrare l'ora del prelievo, il luogo e la somma intascata. Questa seconda traccia viene inghiottita dagli archivi della banca alla quale è intestato il conto e della banca alla quale appartiene lo sportello utilizzato. Per raggiungere il negozio il signor Rossi prende una metropolitana e viene ripreso da una telecamera: terza traccia. L'oggetto da comprare è un orologio di marca: la carta di credito utilizzata per l'acquisto regala alla società che gestisce il servizio altre informazioni sugli itinerari e sulle abitudini del suo possessore: quarta traccia. Infine il signor Rossi sale in macchina e passa il casello autostradale utilizzando un telepass che ovviamente comporta la registrazione dei dati d'ingresso che possono essere confrontati con quelli di uscita per sapere la velocità media alla quale ha viaggiato: quinta traccia. Non basta: visto che ha fatto tardi pigia sull'acceleratore un po' più del dovuto e così scatta la foto dell'autovelox: sesta traccia. Alla fine della giornata il nostro ignaro consumatore decide di rilassarsi vedendo un film via cavo a pagamento: settima traccia. Questo percorso ha mille varianti che portano ad aumentare le impronte informatiche che disseminiamo. Ad esempio in banca si viene regolarmente filmati per motivi di sicurezza, nei centri storici si entrerà attraverso varchi elettronici che funzionano come dei telepass, nelle grandi catene di supermercati si possono utilizzare schede a punti che concedono si degli sconti ma personalizzano gli acquisti consentendo di costruire identikit precisi dei gusti personali e delle abitudini di acquisto. Oggi, in Italia, questo archivio elettronico esiste ma i suoi effetti sulla nostra vita quotidiana sembrano scarsi o nulli, ma non è così. Già ora le informazioni servono a tracciare il nostro profilo di consumatore, molto appetito per il marketing. Ma informazioni sulle nostre idee e sui nostri gusti potrebbero essere utilizzate per scopi politici e discriminazioni razziali. In ogni caso, è molto probabile che nei prossimi anni le cose cambieranno. La decisione dell'Islanda di vendere in blocco a una multinazionale le informazioni genetiche sull'intera popolazione dell'isola dà un'idea del valore della posta in gioco. Negli Stati Uniti i dati sulla salute, sui comportamenti d'acquisto, sulle abitudini dei singoli cittadini hanno un prezzo. Perfino quelli relativi agli orari si possono vendere perché una volta identificato il momento in cui una persona torna a casa si possono concentrare in quel periodo le chiamate per la vendita di un dentifricio, per un sondaggio, per una proposta assicurativa. Il che, se il telefono si mette a squillare dieci o venti volte mentre ci si sta mettendo a tavola, può creare qualche problema. Le telefonate del resto rappresentano solo uno dei tre canali attraverso i quali possiamo essere vittime del bombardamento di messaggi commerciali alimentato dalla nostra scia elettronica: se cestiniamo facilmente la junk mail che arriva via posta, è più laborioso liberarsi dai fax o dalle e-mail a pioggia (forse il virus Melissa che ha creato problemi a 50 mila computer è una variante impazzita di un programma per inviare messaggi spam, e-mail a pioggia sul maggior numero possibile di potenziali clienti). Quando si raggiunge la densità di telecamere di certe aree di New York (2 mila solo in una zona di Manhattan) si può cominciare ad avere la sensazione di vivere dentro il Truman show, immersi a tempo pieno in un film che spettatori non identificati guardano in momenti che non conosciamo. Per ora in Italia su questo fronte siamo comunque alla fase preliminare: l'Autorità per la privacy ha avviato, assieme al dipartimento di sociologia dell'università di Roma, il primo monitoraggio sulle telecamere presenti in Italia. Le polemiche più accese riguardano invece lo strumento di comunicazione di cui l'Italia detiene il primato: il cellulare che secondo alcune voci potrebbe segnalare la collocazione geografica del proprietario anche da spento. "Tutti i dati sulle chiamate vengono conservati per cinque anni", spiega Carlo Rienzi, coordinatore del Codacons, l'associazione di consumatori più battagliera sulle questioni legate all'informatica. "Il motivo è una cautela nei confronti di possibili contestazioni da parte dei clienti. Ma noi abbiamo organizzato un'azione dimostrativa: ci siamo impegnati a rinunciare a ogni possibilità di azione legale per un gruppo di cellulari, vogliamo proprio vedere se i dati vengono cancellati". Alla Tim replicano ricordando che "Il codice civile obbliga a conservare per cinque anni i tabulati con le informazioni relative al numero chiamato, alla centrale di commutazione, alla data e alla durata della conversazione". Quanto all'idea che il cellulare invii informazioni anche da spento la compagnia telefonica assicura che si tratta di una leggenda metropolitana ("Un telefonino spento non è assolutamente localizzabile, in nessun modo: si tratta solo di un pezzo di plastica") e che anche gli spostamenti effettuati con il cellulare acceso, se non lo si usa, non vengono memorizzati. Ma quando ai venti milioni di telefonini si aggiungeranno venti milioni di abbonamenti alla Rete quanto crescerà il rischio privacy? Per Stefano Rodotà Internet non cambia le regole del gioco: tutto ciò che è reato off line resta reato on line. Tuttavia si profila un contrasto tra l'interpretazione europea della privacy, molto rigorosa, e quella statunitense, piuttosto permissiva. Una contrapposizione che già ha creato non pochi problemi alle società che operano nei due continenti e che prima o poi dovrà essere risolta. (N.d.r.: ripreso dal supplemento de la Repubblica "il Venerdì" del 9 aprile 1999) |