Diritti d'autore troppi buchi nella Rete

Gianluca Sigiani

L'avvento di Internet e la progressiva digitalizzazione dei contenuti (testuali, audio-video, software) hanno enfatizzato e fatto esplodere tutte le contraddizioni che da sempre travagliano la difesa del diritto di autore e la protezione dei documenti riservati. Oggi, tutto ciò che si presenta o viene convertito in formato elettronico può essere facilmente duplicato e inviato attraverso la Rete su un ampio numero di dispositivi. Una semplicità di "manipolazione" e diffusione che ha dato una vigorosa spallata a meccanismi normativi di tutela già fragili e tutt'altro che esenti da difetti. Internet, poi, soprattutto con l'affermazione della banda larga, è diventata un'ottima piattaforma tecnologica "d'appoggio" per gli altri media e congegni di fruizione/interazione (dalla televisione ai telefonini, dalla radio agli home theatre) per far transitare e diffondere ulteriori contenuti. Una vera e propria rivoluzione delle comunicazioni che, ovviamente, sta cominciando a influenzare anche tutto l'universo aziendale. Ma sinora il dibattito sui cosiddetti "digital right", i diritti d'autore digitali, è stato monopolizzato dalle multinazionali dell'audio-video che sono ben lontane dal rappresentare l'intero mondo del business.

Grandi polveroni sono stati sollevati sulle tecnologie che permettono il libero scambio di file testuali e multimediali fra utenti e che quindi metterebbero a rischio il diritto d'autore, ma la questione cruciale è un'altra. "Semplici" trafugatori di idee e criminali informatici, sono più attivi che mai, con tecniche nuove, sui fronti più classici: quelli della concorrenza sleale e dello spionaggio industriale. Ciò che rischia di minare il business e l'intera economia fondata sul libero mercato, è la mancanza di attenzione verso la difesa di nuove idee, progetti, processi produttivi e innovazioni. E' quindi giunta l'ora di porre l'accento sugli "information right", sulla tutela delle informazioni aziendali nel loro insieme? cioè sul vero "problema-elefante" che rischia di passare ancora una volta semi-inosservato agli occhi dei più, con il risultato di produrre ulteriori, calamitosi ritardi. Il 4 marzo scorso è stata varato, nel quasi assoluto silenzio mediatico un decreto legislativo sulla proprietà industriale (n. 30/05). Si tratta di un discreto passo in avanti, che però dovrà essere accompagnato da una crescita della consapevolezza generale su questi versanti. L'Italia soffre di ritardi specifici come, ad esempio lo scarso uso del mezzo brevettuale. Secondo una recente indagine dell'Epi, l'ufficio europeo per i brevetti, tre imprese su quattro del nostro paese non conoscono le modalità di adozione e applicazione di questo strumento. Nel 2004 l'Italia risulta fra le ultime nazioni per la registrazione di brevetti in Europa(3.653), a fronte dei 30.122 depositati dagli Stati Uniti, i 21.899 della Germania, i 15.915 del Giappone e i 7.273 della Francia.

Un chiaro segno di come anche da noi, spesso più che altrove, vi sia poca sensibilità verso la difesa dei "copyright" d'impresa. Oggi le tecnologie sono in grado di proporre soluzioni interessanti, come quelle previste dall'Information rights management (Irm, la gestione della protezione delle informazioni aziendali). Ma l'utilizzo dell'informatica (da attuare sempre con il necessario senso critico) deve anche essere accompagnato da un'adeguata crescita della cultura della salvaguardia delle idee e dei contenuti imprenditoriali: l'apporto alla segretezza conferito da un software può essere vanificato da un manager troppo "chiacchierone". Fra le nostre aziende deve aumentare la coscienza di quanto sia importante proteggere una notizia riservata così come i dati elettronici riguardanti una nuova procedura produttiva, la presentazione di un progetto o una lista di clienti.

(Ndr: ripreso dall'inserto Affari&finanza de la Repubblica dell'11 aprile 2005)