Rodotà: più potere ai cittadini così esplode la voglia di privacy
Due anni fa l'istituzione dell'Authority. Intervista con il Garante

di
Giovanni Valentini

Due anni di privacy, dall'entrata in vigore della legge che ha istituito l'Authority fino a oggi, sono stati una mezza rivoluzione per un paese come il nostro che non ha ancora una cultura della riservatezza e dove ognuno tende a invadere la sfera privata altrui. Qual è, al momento, il bilancio di questa operazione? Quali sono le luci e le ombre? E soprattutto, quali sono le prospettive per il futuro? Alla vigilia della relazione ufficiale sul secondo anno di attività che sarà presentata lunedì prossimo a Montecitorio, ne parliamo con il Garante, Stefano Rodotà.

Dopo un primo impatto piuttosto traumatico, si può dire ormai che l'Authority ha raggiunto un assetto normale di funzionamento?

Il 1998 è stato ancora un anno di transizione. E innanzitutto, per una ragione organizzativa. La legge del dicembre '96, prevedendo originariamente un personale di 45 unità e un finanziamento di 15 miliardi, aveva dotato l'Autorità di risorse che allora sembravano a tutti adeguate. Ma invece il fenomeno è esploso, con 27 mila richieste d'intervento nel primo anno e circa 20 mila nel secondo. Ora sono appena entrati in funzione due strumenti fondamentali: il Regolamento approvato nel febbraio scorso che disciplina le procedure dei ricorsi e il decreto con cui il governo ha portato a cento il numero dei dipendenti. Questo consentirà al nostro ufficio di svolgere al meglio le proprie funzioni.

Quali sono state finora le questioni più scottanti affrontate dall'Authority?

Non c'è praticamente area della vita sociale in cui il Garante non sia stato chiamato a intervenire: dai servizi segreti al direct marketing, dalle banche all'informazione. Il fatto è che questa non è una legge di settore, bensì una normativa che cambia l'intero sistema dei rapporti fra la pubblica amministrazione e i cittadini e fra gli stessi cittadini. La tutela della riservatezza tende infatti da una parte a salvaguardare la dignità delle persone e dall'altra a eliminare qualsiasi alibi per impedire la trasparenza.

Ma l'Italia non sta diventando in questo modo una specie di "paradiso fiscale", un'isola felice della privacy, rispetto a tutti gli altri paesi del mondo?

Il Garante della privacy è un'autorità amministrativa indipendente imposta a livello europeo da molti accordi sottoscritti con i nostri partners, a cominciare da quelli di Schengen sulla libera circolazione: se l'Authority non fosse stata istituita, l'Italia sarebbe tagliata fuori da tutto questo circuito. Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, il paese d'origine della privacy dove attualmente la tutela è più debole, è in corso una trattativa per equiparare le norme americane a quelle vigenti in Europa, con forti implicazioni anche economiche: basterebbe pensare alla disciplina delle carte di credito. E questo è un altro motivo per cui dico che il '98 è stato per noi un anno di transizione. Da qui, dall'intesa con gli Stati Uniti, dipenderà il futuro della privacy a livello internazionale.

Facciamo un passo indietro, professor Rodotà. Lei ha detto prima che in Italia il fenomeno è esploso negli ultimi anni. A suo parere, perché è accaduto? Come si spiega questa "voglia di privacy"?

E' una voglia di rispetto da parte della pubblica amministrazione e da parte delle imprese. Credo che sia la migliore dimostrazione del fatto che la legge non ha creato un'altra istituzione burocratica, un altro passaggio obbligato, consentendo invece a ciascuno di diventare garante di se stesso. Adesso i cittadini si sentono titolari di un potere da esercitare liberamente, sia nei confronti della propria banca sia nei confronti del ministero dell'Interno o di altri organismi dello Stato.

E' anche vero, però, che a volte la presenza dell'Authority viene vista con un certo disagio o addirittura con fastidio...

Non nego che all'inizio questo possa anche essere accaduto. Ma prendiamo soltanto qualche esempio dell'ultimo anno. L'intervento del Garante ha ottenuto fra l'altro che le notificazioni degli atti giudiziari e le comunicazioni più delicate sui rapporti familiari, come le istanze di divisione o di separazione, venissero recapitate all'interessato in busta chiusa, non più liberamente nelle mani del portiere o del vicino di casa. Ecco due casi concreti, fra i tanti, in cui la difesa della riservatezza ha riguardato diritti personali del cittadino.

E le cassette della posta intasate da una valanga di lettere, avvisi e richieste, "in base alla legge sulla privacy"?

In questa direzione, partendo proprio dai servizi bancari, l'ufficio del Garante ha sollecitato un grande sforzo di semplificazione. E i primi frutti già si vedono. Sa quanti clienti hanno chiesto e ottenuto che le banche non allegassero più volantini pubblicitari all'estratto conto? Tre milioni e mezzo di persone. Sono tutti cittadini che non vogliono vedere invasa la propria sfera privata.

Al di là della privacy, questo bisogno di Authority non può essere interpretato come un riflesso più generale della crisi politica?

Certo, una crescente sfiducia nelle istituzioni induce i cittadini a cercare strade alternative per far valere i propri diritti. Perciò dico che il nostro ufficio è visto come un difensore civico universale, a tutto campo. Ma lo dico anche con una certa preoccupazione, perché in tutto ciò vedo due rischi: quello di essere sommersi da un volume di richieste che non siamo in grado di soddisfare e quello di assumere una funzione di supplenza che non corrisponde ai nostri compiti istituzionali.

Un altro rapporto conflittuale è stato quello con i mass media...

Sì, anche molto conflittuale. E lo è tuttora. In qualche misura, credo che sia ineliminabile. Tra il diritto di cronaca e il diritto alla riservatezza, c'è un'eterna tensione ed è anche bene che rimanga: altrimenti o si sacrifica la libertà d'informazione o si sacrifica la riservatezza.

Lei, insomma, su questo piano è più pessimista?

No, sono e voglio essere ottimista. All'inizio, da parte dei giornalisti c'era la giusta preoccupazione che il Codice deontologico, voluto dal legislatore non dal Garante della privacy, potesse diventare una forma di censura preventiva. Ma poi è andata crescendo all'interno della stessa categoria la consapevolezza che anche questo Codice può meglio garantire la libertà di stampa, per esempio rispetto alla discrezionalità della magistratura nella valutazione delle notizie, contribuendo ad accrescere la responsabilità e la qualità dell'informazione. E voglio aggiungere con franchezza che il nostro lavoro, senza un buon rapporto con i media, rischierebbe di perdere gran parte della sua efficacia.

In definitiva, professor Rodotà, non c'è il pericolo che l'Authority diventi un contropotere, distinto e opposto rispetto ai poteri costituiti, com'è avvenuto in occasione dei vostri rilievi sul "riccometro" e sul "sanitometro"?

E' possibile, ma in tutto ciò c'è un aspetto positivo e un aspetto negativo. L'aspetto positivo è che l'Autorità, in quanto contropotere, può garantire effettivamente i diritti fondamentali della persona e della sua dignità. Il limite è che questo può portare anche a una certa irresponsabilità, una specie di zona franca, nei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Ma l'indipendenza non implica un potere separato. L'attività del nostro ufficio rimane collegata a quella delle altre istituzioni. E comunque, attraverso l'eventuale revoca della fiducia, il giudizio finale spetta ai cittadini.

(N.d.r.: intervista ripresa da "la Repubblica" di giovedì 8 aprile 1999)