I SETTE PECCATI CAPITALI DI INTERNET (E LE SUE VIRT) di Stefano Rodot
Qual il destino deiparlamenti nell'et dell'informazione e della comunicazione? Alcuni anni fa,quando cominci il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che lenuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa dellademocrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre pi diffuse didemocrazia diretta. Nel nuovo agor elettronico i cittadini avrebbero potutoprendere sempre la parola e decidere su tutto.
La memoria dell'anticaAtene e il modello dei town meetings del New England apparivano come la formanuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via viacancellato il ruolo dei parlamenti. Oggi queste ipotesi sono lontane, e lademocrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale eingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che iparlamenti possano trascurare le grandi novit determinate dalle tecnologiedell'informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul lororuolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la societ. Non siamodi fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologianel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre societ.
Stiamo passando, su scalamondiale, da un equilibrio tecnologico all'altro. Il primo, grande compito deiparlamenti, oggi, dunque quello di cogliere questo momento, di compieretempestivamente le scelte intelligenti necessarie perch l'insieme delletecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.
Sono divenute chiare alcunelinee di analisi e di intervento, che possono essere cos riassunte: - evitare che le nuovetecnologie portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione delpotere sociale e politico; - evitare che le nuovetecnologie si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con uncontinuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria. -evitare che ci si trovi semprepi di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libert; - evitare che nuovedisuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti; - evitare che il grandepotenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione dellaconoscenza, ma a forme insidiose di privatizzazione.
Pure l'et digitale,dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati cosenumerati: 1) diseguaglianza; 2) sfruttamento commerciale e abusi informativi;3) rischi per la privacy; 4) disintegrazione delle comunit; 5) plebiscitiistantanei e dissoluzione della democrazia; 6) tirannia di chi controlla gliaccessi; 7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilitsociale. Non mancano, tuttavia, le virt, prima tra tutte l'opportunitgrandissima di dare voce a un numero sempre pi largo di soggetti individuali ecollettivi, di produrre e condividere la conoscenza, s che ormai moltiritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futurosempre pi vicino, sia proprio quella di "societ della conoscenza".
Al di l delle immagini edelle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e ilmale. Di fronte ad una realt complessa, nella quale convivono societ dellaconoscenza e societ del rischio, i parlamenti non sono chiamati scegliere trabene e male. Devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione dicustodi della libert e dell'eguaglianza. Non sono riferimentiretorici. La tecnologia prodiga di promesse.
Alla democrazia offrestrumenti per combattere l'efficienza declinante, e arriva fino a proporne unarigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto,rischiamo di incontrare sempre pi spesso un uso delle tecnologie che rende capillaree continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, nonsolo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge versola costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libert e l'insidia dellasorveglianza. E' necessario soprattutto considerare realisticamente ledinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuovediseguaglianze.
Questo problema vienesolitamente indicato con l'espressione digital divide, ed effettivamente l'usodelle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali,l'emergere di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e nonabbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell'informazione.Ma le pi attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che ildivario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguardal'accesso ad Internet, non pu essere esaminato riferendosi prevalentementealle differenze di reddito. Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanzeriguardanti Internet tendono a ridursi pi rapidamente di quelle relative allaricchezza.
Questo vuol dire che ifattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quellisociali e culturali.
Conoscenza parola chesintetizza le possibilit di accedere alle fonti, di elaborare il materiale,raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Gi nell'articolo 19 dellaDichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite si affermato il diritto di ogni individuo alla libert di opinione e diespressione "e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni eidee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere". Oggi questodiritto in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet,per l'esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelleparticolari comunicazioni in rete che sono i blog.
Questa situazione non puessere ignorata, soprattutto perch alcune grandi societ - Microsoft, Google,Yahoo!, Vodafone - hanno annunciato per la fine dell'anno la pubblicazione diuna "Carta" per tutelare la libert di espressione su Internet. Iparlamenti non possono accettare che la garanzia del free speech, che gli StatiUniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divengamateria di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo legaranzie compatibili con i loro interessi. Internet il pi grandespazio pubblico che l'umanit abbia conosciuto, dove si sta realizzando ancheuna grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono prendere laparola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitareil diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire cosun mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini.
Ma tutto questo pudiventare pi difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza vienechiusa in recinti proprietari senza considerare proprio la novit dellasituazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza comeil pi importante tra i beni comuni.
La questione dei benicomuni essenziale. Parole nuove percorrono il mondo - open source, freesoftware, no copyright - dando il senso di un cambiamento d'epoca. Oggi, infatti,il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolgesoltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre pi drammaticamentescarse come l'acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazioneincessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali lascarsit non l'effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usiimpropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di"chiusura" simile a quello che, in Inghilterra, port alla recinzionedelle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsit artificiale,creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilit dicrescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.
La sfida lanciata aiparlamenti non riguarda soltanto la necessit di trovare nuovi equilibri tralogica della propriet e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modod'intendere la cittadinanza. La vera novit democratica delle tecnologiedell'informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare aicittadini l'ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioniattraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e atutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa adisposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cuiviene esercitato il potere, organizzarsi nella societ. Con questo vasto mondo- in cui la democrazia si manifesta in maniera "diretta", ma senzasovrapporsi a quella "rappresentativa" - i Parlamenti devono trovarenuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messain rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini,procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate dagruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilit di intervento nelprocesso legislativo.
La rigida contrapposizionetra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe cos esseresuperata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazionedal suo presentarsi come interlocutore continuo della societ. In questa prospettiva, iparlamenti debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo ecriminalit e le richieste del sistema economico portino alla nascita di unasociet della sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quelcarattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono iprimi ed essenziali garanti. Proprio le tecnologie, conla loro apparente neutralit, hanno rafforzato le spinte verso la creazione digigantesche raccolte di dati personali.
La politica sta delegandoalla tecnica la gestione dei pi diversi aspetti della societ, dimenticando,ad esempio, un principio chiaramente indicato nell'articolo 8 della Convenzioneeuropea dei diritti dell'uomo. In questa norma si ammettono limitazioni deidiritti per diverse finalit, compresa la sicurezza nazionale, a condizione perche si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una societdemocratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questafunzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fosseropure le corti costituzionali. Solo cos possono evitare la trasformazione deicittadini in sospetti, ed impedire che, con l'argomento della difesa dellademocrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.
Questo il discorso che Stefano Rodot ha tenuto a Montecitorio per l'apertura della Conferenza internazionale dell'Unione interparlamentare
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