DIECI DOMANDE SULLA PRIVACY E LA DEMOCRAZIA di Stefano Rodotà Dieci semplici domande, alle quali non è più possibile sfuggire. - Si è finalmente capito, e in maniera definitiva, che la protezione dei dati personali, la tutela della privacy, non sono uno sfizio, una questione marginale, ma un elemento essenziale della libertà dei contemporanei, dunque una componente essenziale della stessa democrazia?
- Possiamo allora sperare che dopo la vicenda dello spionaggio nei confronti di Prodi, e dopo vicende simili avvenute intorno a Telecom, tanti politici, giornalisti e opinionisti illustri, che avevano appunto considerato la tutela della privacy come una inutile scocciatura, abbandoneranno quest'atteggiamento?E manifesteranno giudizi un po meno sommari e così contribuiranno positivamente al rafforzarsi della cultura necessaria per dare più solido fondamento a questa dimensione della libertà?
- Questa auspicata nuova consapevolezza spingerà Governo e Parlamento a fare quel che finora non hanno mai fatto, valutando in tutti i casi l'"impatto privacy" dei loro provvedimenti, invece di abbandonarsi alle derive tecnologiche, ignoranti del fatto che le tecnologie risolvono problemi, ma pure ne creano di nuovi, si che affidarsi alla tecnologia senza cultura adeguata produce inevitabilmente disastri?
- Si è colta la coincidenza tra la rivelazione degli accessi illegali all'anagrafe tributaria e il voto sul decreto in materia fiscale (e l'imminente legge finanziaria), che ampliano ulteriormente qualità e quantità delle informazioni personali destinate alla banca dati dell'amministrazione finanziaria, e allargano la platea dei soggetti che possono accedervi, senza prevedere le necessarie garanzie aggiuntive?
- Si può essere tranquillizzati dalle dichiarazioni che garantiscono la sicurezza dell'anagrafe tributaria proprio quando l'ampiezza (128 casi accertati) e la durata (due anni) delle violazioni dimostrano che quel sistema non è sicuro, che manca di alcuni accorgimenti di allerta contro il verificarsi e il ripetersi di comportamenti illegali?
- Si è finalmente capito che le gigantesche banche dati, anche quando rispondono a finalità sacrosante come la lotta all'evasione fiscale, aumentano parallelamente la vulnerabilità sociale, e perciò esigono valutazioni un po meno sommarie e sbrigative di quelle che finora hanno accompagnato la loro istituzione e il loro ampliamento?
- Si deve ripetere per l'ennesima volta che siamo seduti su una polveriera, e che le illegalità varie non sono effetti imprevisti, ma conseguenze inevitabili di una colpevole incapacità di analisi e di previsione?
- Si può continuare ad insistere sulla versione consolatoria, e ormai irresponsabile, secondo la quale siamo di fronte a "deviazioni" e illegalità circoscritte, vizio che comunque si diffonde nelle strutture dello Stato, mentre invece è evidente che siamo in presenza di dati strutturali che devono essere radicalmente rimossi
- Si capirà finalmente che, per legiferare in modo davvero serio ed efficace in queste materie è indispensabile una preventiva e analitica conoscenza delle situazioni di base, dunque delle dimensioni delle banche dati (ricordo in particolare quelle che conservano i dati di traffico telefonico, di posta elettronica e di accesso a Internet), delle misure di sicurezza necessarie e dei loro costi?
- Si capirà finalmente che, in queste materie, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini non è un optional, ma un ineludibile punto di riferimento, un valore non comprimibile anche in presenza di altre situazioni meritevoli di tutela?
(Ndr: ripreso dal quotidiano "La Repubblica" di sabato 28 ottobre 2006) |