La tecnologia ingovernabile di Come deve essere scritto un programma politico (non elettorale) che voglia davvero tener conto delle forze potenti che stanno mutando il volto delle nostre società? Le innovazioni scientifiche e tecnologiche ridisegnano il mondo, hanno imposto a tutti la consapevolezza della sua dimensione globale, dettano già nuovi ritmi e regole all'economia, cambiano le modalità. dell'agire politico, incidono sulle relazioni sociali, mutano la stessa percezione che abbiamo di noi stessi. Delineare scenari senza tenerne conto significa amputare la realtà della sua componente più ricca e problematica, indebolendo così qualsiasi ipotesi o proposta politica. Le risposte ingenue o frettolosamente entusiaste cominciano ad essere alle nostre spalle. Non si parla più di dare un computer ad ogni studente, o addirittura ad ogni cittadino come della bacchetta magica che avrebbe aperto a tutti le porte delle nuove tecnologie. La riflessione sulla democrazia elettronica è ormai ben consapevole dei rischi del populismo, ed a nessuno viene oggi in mente di seguire la strada indicata nel "contratto" proposto agli americani da una meteora politica, Newt Gingrich, che annunciava la fine del parlamento e la sua sostituzione con un "Congresso virtuale", costituito da tutti i cittadini che, grazie all'elettronica, avrebbero potuto votare su ogni questione. Da dove cominciare, però? Consiglierei di partire dalla riflessione di un grande antropologo, Marvin Harris. "Il momento decisivo per una scelta consapevole si ha soltanto durante la fase di transizione da un modo di produzione all'altro. Dopo che una società ha scelto una particolare strategia tecnologica ed ecologica per risolvere il problema dell'efficienza declinante, può essere impossibile modificare le conseguenze di una scelta poco intelligente per un lungo periodo futuro". Possiamo ragionevolmente ritenere che ci troviamo proprio in una di queste fasi di transizione, si che rinviare le scelte essenziali produce non solo un ritardo o uno stallo, ma la subordinazione alle scelte comunque effettuate dal mercato o a quelle imposte dalle decisioni di paesi forti che, proprio per effetto della globalizzazione, tendono a trasmettersi ai paesi più deboli o disattenti. La tecnologia è prodiga di promesse, propone ormai soluzioni per qualsiasi problema. Coglie la politica in un momento di debolezza, e la sfida con una invadenza che può ridurne spazio e funzione. Non si discute il contributo grandissimo che le tecnologie già danno, e continueranno a dare, all'efficienza amministrativa ed alla stessa costruzione di un nuovo spazio politico. Ma sempre più spesso accade che i poteri pubblici, centrali o locali, si abbandonino ad una sorta di fiduciosa (o incosciente) deriva tecnologica. Già la politica si era rattrappita per effetto di una sua riduzione legata alla progressiva attribuzione di molte materie (troppe?) alla sola logica amministrativa. Da qui una richiesta di efficienza risolta semplicisticamente in un bisogno di tecnologia, spesso non mediato da appropriata riflessione critica sulla stessa natura degli strumenti adoperati. Ma l'affidarsi cieco alle tecnologie, ritenendo che in esse risieda ormai la soluzione di ogni problema, può risolversi in una delega in bianco, con la politica che rischia di farsi espropriare dei suoi compiti di scelta e di decisione su gravi questioni sociali. La prima scelta programmatica, allora, riguarda proprio il ruolo da attribuire alla tecnologia. Se consideriamo la situazione italiana, ma non questa soltanto, ci avvediamo subito che la partita tra centralizzazione e decentramento si gioca anche, spesso soprattutto, intorno alle modalità d'uso delle tecnologie. Sistemi centralizzati di raccolta delle informazioni per il rilascio di documenti d'identità, per il controllo della spesa sanitaria, per finalità di sicurezza, vengono raccomandati proprio con l'argomento dell'efficienza. Ragionando solo in questo modo, però, si trascurano gli effetti sul modo complessivo di organizzazione dei poteri pubblici, sulla stessa idea di Stato che cosi viene accreditata. E si rischia di rimanere prigionieri anche di vecchi schemi, poiché recentissimi rapporti americani proprio nella delicatissima materia della sicurezza hanno messo in evidenza la maggiore efficienza di sistemi decentrati e flessibili rispetto a quelli centralizzati. Il ricorso ai dati biometrici (impronte digitali, riconoscimento facciale, scansione delI'iride, dati genetici) viene anch'esso presentato come una panacea tecnologica. Ma, invece di abbandonarsi ad entusiasmi spesso secondati da chi ha interesse a vendere queste tecnologie, la decisione politica (ed anche quella amministrativa) dovrebbero tenere nel giusto conto il fatto che ormai anche le impronte digitali possono essere falsificate e che, più in generale, I'esperienza già mostra come queste tecnologie possano produrre falsi positivi e negativi, incrinando così la certezza dell'identificazione delle persone. Inoltre, I'associazione sempre più stretta tra sorveglianza e sicurezza incide profondamente non solo sulla percezione sociale dei problemi della sicurezza, ma anche sulle strategie politiche. Siamo di fronte ad una propensione crescente ad affidare alla sola risposta tecnologica la soluzione di problemi di cui dovrebbero essere analizzate le ragioni sociali, politiche, economiche. La complessità sociale viene così brutalmente ridotta, e di essa rimane evidente solo la componente rappresentata dalle questioni di ordine pubblico che così diventano le sole con le quali debba misurarsi la politica. Si assiste, in definitiva, ad una operazione di rimozione attraverso la quale la politica si libera dell'impegno di analizzare la realtà, e si consegna alla tecnologia. Un sistema di videosorveglianza in un quartiere pericoloso può assolvere dall'obbligo di fare i conti con fattori costitutivi della situazione di rischio. Le videocamere in una scuola, per combattere episodi di vandalismo liberano la scuola e la politica dall'obbligo di capire il perchè di questi comportamenti dei ragazzi. Diviene così evidente la necessità di una piena consapevolezza della portata e degli effetti delle scelte tecnologiche come parte integrante di qualsiasi programma politico. Questa consapevolezza tanto più necessaria in quanto le scelte tecnologiche esigono notevoli investimenti producono modifiche dell'organizzazione pubblica tali da non poter essere poi facilmente messi in discussione al semplice mutare degli schieramenti parlamentari. Siamo dunque di fronte ad uno di quei casi di scelte irreversibili, o difficilmente reversibili, che mettono alla prova lo stesso principio di maggioranza e richiedono almeno massima trasparenza, discussione pubblica, decisioni parlamentari al più alto livello. Le scelte tecnologiche sono tutto meno che scelte "tecniche". Negli ultimi tempi, peraltro, proprio sul terreno delle tecnologie si è aperta una nuova ed inedita "questione democratica". Nessun programma politico potrà esser ritenuto adeguato al nostro futuro se non si esprimerà con chiarezza su almeno quattro questioni. E' ammissibile una società della sorveglianza totale giustificata con ragioni di sicurezza? E' accettabile una società della classificazione che risponde all'interesse economico del sistema delle imprese? Si vuol mantenere ad Internet la sua natura del più grande spazio libero e comune che sia stato mai costruito? Si insisterà in politiche di privatizzazione della conoscenza mentre le tecnologie dell'informazione e della comunicazione ne consentirebbero la massima diffusione? Se non si sciolgono questi nodi, verranno frustati anche i tentativi di uso democratico delle tecnologie. Vi sono importanti iniziative e progetti italiani che vogliono offrire ai cittadini opportunità di partecipazione in quella dimensione comunale che meglio si presta ad evitare i rischi di una versione elettronica della democrazia plebiscitaria. Se, però, il cittadino che accede per via elettronica ai servizi offerti dal comune, o partecipa a discussioni o interviene in procedure di consultazione, non sarà sicuro che queste sue "tracce elettroniche" non saranno conservate, il timore di improprie "schedature" lo terrà lontano da questi nuovi processi. Dicevo prima che le grandi scelte tecnologiche esigono decisioni parlamentari al più alto livello. Ma anche qui bisogna cambiare strada. Di fronte alle innovazioni scientifiche e tecnologiche che toccano biologia e genetica, si è soliti garantire la libertà di coscienza del parlamentare, come è accaduto per la procreazione assistita Non ci si accorge che, così facendo, il diritto del parlamentare è rispettato, ma la libertà del cittadino può essere radicalmente mortificata da decisioni parlamentari che lo privano della possibilità di decidere autonomamente in materie che riguardano la parte più intima della sua sfera privata. Si tratta, allora, di riflettere sul "prima" della decisione parlamentare, tracciando confini che la stessa legge non può superare. Un buon programma politico è anche quello che dice chiaramente che il diritto e la politica non possono impadronirsi di ogni aspetto della vita delle persone. (Ndr: ripreso da "la Repubblica" del 22 giugno 2004) |