Dall'uomo fotocopia alla pulizia genetica

di
Stefano Rodotà

Con l'annuncio, accompagnato da legittimi dubbi della prima clonazione umana si chiude un anno "bioetico" intenso e inquietante. E allora discutiamo pure di clonazione, ma che questo non diventi l'argomento per distogliere lo sguardo da altri temi, eticamente altrettanto importanti e socialmente assai più urgenti, quali sono quelli della ricerca sulle cellule staminali e dell'emergenza Aids, che rischia di aggravarsi drammaticamente dopo la dura presa di posizione dell'amministrazione americana contro la possibilità di un prezzo politico per i farmaci necessari a curare gli ammalati soprattutto nei paesi africani. Com'era prevedibile, la presunta clonazione di una bambina ha mosso ondate d'indignazione, con rischi di semplificazioni che non giovano né ad intendere la portata vera della questione, né ad avviare le giuste strategie di contrasto. L'argomento critico più forte rimane quello che si preoccupa dei diritti della persona nata grazie alla clonazione. Hans Jonas ha insistito su "Diritto trascendente di ciascun individuo a un genotipo soltanto suo, non condiviso con altri, irripetibile", traendone la conseguenza che un individuo clonato è "leso a priori proprio in questo diritto" (anche se questo argomento dovrebbe fare i conti con i caratteri dei gemelli monocoriali).

Siamo sul terreno dell'unicità, indissolubilmente legata a "un evidentissimo diritto di non sapere, insito nell'esistenza, negato a chi fosse costretto a sapersi copia di un altro". Altrettanto eloquente è la posizione recente di Jurgen Habermas, che nella programmazione genetica vede comunque "una dipendenza che precede l'ingresso nella comunità morale", "una svalutazione di per sé indotta riflessivamente prima della nascita": chi si scopre programmato sa di non essere più l'autore "indiviso" della sua storia di vita.

Una questione di consapevolezza, dunque, non solo di biologia. Non è tanto l'"essere" fotocopia, quanto il "sapersi" fotocopia che incide sul diritto alla libera costruzione della personalità. È bene non perdere di vista questo aspetto del problema per non cadere in un pericoloso riduzionismo biologico. La nostra identità non dipende esclusivamente dal Dna, è frutto di una interazione complessa con l'ambiente, dalla quale nasce l'identità personale e sociale, restituendo alla persona quella unicità che la fa diversa da ogni altra. L'essere clonato non è predestinato a replicare nel mondo i comportamenti del suo modello, la biologia non può cancellare la biografia.

Non bisogna trascurare, peraltro, l'insieme di fattori che sta dietro questa vicenda, dove s'intrecciano irresponsabilità scientifica, credenze pseudoreligiose, interessi di mercato, astuzie mediatiche. Si temono effetti imitativi, derive pericolose, sperimentazioni distruttive (quanti tentativi sono stati fatti prima di far nascere la bimba clonata? quanto è alto il rischio di sue malformazioni?), e per ciò s'invocano divieti planetari. Alcuni esistono già, nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (che si avvia a diventare testo vincolante per tutti gli Stati membri) e in un protocollo aggiuntivo alla Convenzione europea di biomedicina, approvato all'indomani della clonazione della pecora Dolly e che l'Italia, insieme ad altri paesi, ha firmato e ratificato. Ma il timore che possano nascere "paradisi genetici", accanto a quelli fiscali e a quelli informatici, è giustificato poiché la dimensione globale dei problema rende concreta l'ipotesi di paesi che non vorranno accettare divieti a qualsiasi possibilità di ricerca. Che fare allora contro questo nuovo genere di "Stati canaglia" che dovessero accogliere nel loro seno la stirpe dei clonatori? Azioni militari preventive per impedire che si consumi questo nuovo crimine contro l'umanità? O una resa di fronte all'inarrestabile marcia della tecnica?

Una volta di più, siamo di fronte ad un problema di consenso, che non può essere sostituito da una semplice regola giuridica. Se, come giustamente si teme, l'annuncio della nascita della prima bimba clonata verrà sfruttato per cercare di imporre il divieto di ogni forma di clonazione, è certo che questa regola verrà rifiutata da molti paesi. In Europa abbiamo già l'esempio della Gran Bretagna, che non ha voluto firmare la Convenzione di biomedicina perché impone limiti severi alla ricerca sugli embrioni. Serve, quindi, una strategia giuridica intelligente, che isoli il tema della clonazione riproduttiva e possa così creare consenso sociale e scientifico.

È bene ricordare che questa è la strada imboccata dai due testi ricordati prima, che vietano solo la clonazione impiegata per far nascere una persona che abbia lo stesso patrimonio genetico di un essere vivente. Durante la preparazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea la questione venne affrontata e si volle che l'art. 3 vietasse solo la clonazione riproduttiva umana, legittimando quindi l'impiego di tale tecnica nei casi indicati come clonazione terapeutica, che riguarda cellule, tessuti, parti organi.

Proprio lo scandalo della clonazione riproduttiva umana, anzi, dovrebbe mettere sotto gli occhi di tutti la differenza profonda che esiste tra questo caso e l'impiego della pura tecnica di clonazione nel caso delle cellule staminali, favorendo il superamento di resistenze che mettono in pericolo una ricerca dalla quale l'umanità può ricevere grandissimi benefici. E' di pochi giorni fa la sfida a Bush, proprio su questo terreno, degli scienziati dell'università di Stanford; in Gran Bretagna già si lavora in questa direzione, e altri paesi (come la Germania) stanno adottando soluzioni che, magari con qualche ipocrisia, consentono di cogliere le benefiche opportunità offerte da questo tipo di ricerche. Non è accettabile che preclusioni ideologiche o religiose impediscano attività volte a tutelare meglio il diritto alla salute, definito "fondamentale" già dall'art. 32 della nostra lungimirante Costituzione.

Né dobbiamo distogliere lo sguardo dalla bioetica quotidiana, rivelata anche da fatti che potrebbero essere classificati tra le pure curiosità. Abbiamo appreso due settimane fa che si era cercato di impadronirsi di materiale genetico (capelli) del giovane Harry, per dimostrare che non è figlio del principe Carlo, ma di una relazione tra la principessa Diana e il maggiore Hewitt. Questa non è una stravaganza. Qualche tempo fa ho raccontato di un cartellone che, su una autostrada americana, ingiungeva perentoriamente "Scopri se tua madre è una bugiarda!". Si trattava della pubblicità di una organizzazione che offre, come tante altre anche in Europa, test genetici di paternità. Questo può diventare un fenomeno di massa, come dimostra, negli Stati Uniti, una trasmissione spazzatura di Fox Channel, dove la presentatrice sfida l'uomo di una coppia a sottoporsi al test di paternità per accertare se sia davvero suo il bambino avuto dalla sua compagna.

Quali meccanismi sociali può mettere in moto quest'uso "popolare" della genetica? Si può dare un'interpretazione tranquillizzante della vicenda. Depurato dagli slogan sgradevoli, il ricorso ai test di paternità consentirebbe di risolvere meglio le controversie giudiziarie e darebbe un saldissimo fondamento di verità biologica ai rapporti tra padre e figli.

Ma proprio quest'abbagliante luce biologica porta con sé un'insidia: l'irrompere nelle relazioni sociali della "mistica del Dna", del riduzionismo biologico che cancella la legittimità di ogni rapporto non fondato su quello che si usava chiamare il "legame di sangue". Di nuovo, la biologia vuole cancellare la biografia, con una pericolosa regressione culturale e sociale.

Oggi si assiste a una rivincita della fisicità che, in nome della certezza biologica, può travolgere rapporti costruiti negli anni, sostituendo ad essi la nuda trama dei geni. Una "pulizia genetica", argomentata con l'assolutezza del diritto di conoscere la propria origine può cancellare legami nei quali s'incarnano la comunanza di vita e l'incessante rinnovarsi delle ragioni dello stare insieme. Può determinare un drammatico impoverimento: il ritrovarsi non in relazione con gli altri, ma soli con la propria storia genetica. La verità biologica ad ogni costo è una conquista o una prigione?

Se il mio vicino ostenta orgogliosamente la certezza della sua discendenza biologica, certificata dal test, potrò io sottrarmi a questo esame senza che cali su di me l'ombra inquietante di un dubbio? E quali possono essere gli effetti complessivi di una diffusione del test, dal momento che ormai sappiamo che il 10-15 per cento dei figli ha in realtà un padre diverso da quello legale? Non si avrebbero effetti distruttivi in famiglie dove un benefico "velo d'ignoranza" ha consentito la creazione di affetti saldi e condivisi? A quale prezzo la natura deve poter sconfiggere la cultura? Ecco perché questo tipo di test dev'essere sottratto alla pure logica di mercato.

Se dalle relazioni individuali passiamo a quelle collettive, la contrapposizione tra mercato e diritti si fa ancor più drammatica, come dimostra l'atteggiamento assunto dagli Stati Uniti in serio all'Organizzazione mondiale del commercio contrario alla fornitura a basso costo dei farmaci necessari per curare malattie come l'Aids, la malaria, la tubercolosi. Si difendono i brevetti delle case farmaceutiche in modo cieco, senza tener conto che oggi nel mondo malati di Aids sono 42 milioni (30 milioni nella sola Africa) ed ogni anno i morti sono milioni. Si può politicamente ed eticamente accettare che il diritto di proprietà cancelli in modo così brutale il diritto alla salute ed alla vita? Si può ignorare il rischio di sconvolgimenti sociali ed economici legati al diffondersi dell'Aids? Li ha ben descritti il Washington Post, parlando di "collasso sociale" di molti paesi, dell'Aids che "distruggerà non solo vite, ma intere società".

Questi sono soltanto i più recenti tra i dilemmi che progresso scientifico e dinamiche di mercato sottopongono alla coscienza individuale e collettiva. Dobbiamo affidarli, in Italia, a una speciale Autorità per la bioetica, di cui si annuncia l'istituzione? Autorità del genere esistono, come in Gran Bretagna, con il compito di adattare a situazioni concrete i criteri molto larghi e molto liberali enunciati da leggi di principi. Se, invece, il compito dovesse esser quello di decidere le grandi questioni in un quadro legislativo fortemente proibizionista com'è quello che si annuncia in Italia, saremmo di fronte a un'impennata autoritaria, pericolosa per la libertà di coscienza e di ricerca. Sarebbe preferibile riformare profondamente l'attuale Comitato di bioetica, facendone il motore di una discussione pubblica e informata, che rimane la via migliore e più democratica per creare una consapevolezza comune sulle grandi questioni della vita nell'età della tecnica.

(Ndr: ripreso da la Repubblica di lunedì 30 dicembre 2002)