Quel conflitto tra privacy e sicurezza

di
Stefano Rodotà

Si è aperta nel mondo, ed è davanti a noi tutti, una inedita questione di libertà: che è tale perché entra in ogni momento dell'esistenza, accompagna quasi ogni gesto della nostra vita quotidiana. La parola privacy, con la quale abitualmente la si definisce, non riesce a contenerla tutta.

Le novità istituzionali e le pratiche sociali, le polemiche intorno alle intercettazioni telefoniche ed alle impronte digitali, le notizie sul diffondersi capillare dei sistemi di videosorveglianza, ci dicono che siamo di fronte a cambiamenti profondi dell'organizzazione sociale. Si stanno congiungendo le esigenze di sicurezza, espresse dalla crescente richiesta di informazioni su ogni persona, la pressione delle imprese, che vogliono conoscere tutto dei consumatori, e le possibilità offerte dalle tecnologie elettroniche di raccogliere, conservare, usare quantità sempre maggiori di dati personali (in Italia le società telefoniche si avviano ad archiviare 500 miliardi di dati sul traffico telefonico, dunque su ciascuno di noi).

Non è solo la sfera privata ad essere modificata. Cambiano i rapporti tra il cittadino e lo Stato, tra i consumatori e il sistema delle imprese, tra le stesse persone. Si modifica così l'insieme delle relazioni sociali. Siamo di fronte a trasformazioni profonde, dalle quali può nascere una società della sorveglianza e della classificazione. È legittimo valutare diversamente queste tendenze. È sbagliato, invece, non considerare la realtà nel suo effettivo divenire.

Abbandonandosi alle semplificazioni, evitando le analisi di dettaglio e la messa a punto di strumenti istituzionali adeguati, si rischia anche di esporsi ad effetti indesiderati, a conseguenze impreviste. Non insegna nulla proprio la vicenda delle intercettazioni, utili per accertare comportamenti illegali se usate in modo corretto, ma che esigono garanzie adeguate a tutela delle stesse persone sorvegliate e, soprattutto, degli estranei?

Il conflitto tra privacy (meglio: libertà personale) e sicurezza era già visibile prima degli attentati dell'11 settembre, che lo hanno reso più radicale. E' bene, allora, chiarirne la portata, partendo dal fatto che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea ha stabilito che la protezione dei dati personali costituisce un diritto della persona, autonomo e distinto dalla generale tutela della vita privata. Si è giunti a questa conclusione perché, come si usa dire, ormai "noi siamo le nostre informazioni". La nostra identità sempre più affidata ad informazioni sparse in una molteplicità di banche dati. Siamo sempre più conosciuti da soggetti pubblici e privati attraverso i dati che ci riguardano, in forme che possono incidere sulla libertà di comunicazione, di espressione o di circolazione, sul diritto alla salute, sulla condizione di lavoratore, sull'accesso al credito e alle assicurazioni, e via elencando. Divenute entità disincarnate, le persone hanno sempre di più bisogno di una tutela del loro "corpo elettronico", della loro esistenza sempre più affidata alla dimensione astratta del trattamento elettronico delle loro informazioni.

Proprio da qui nascono le nuove esigenze di tutela. Si invoca da tempo un habeas data, indispensabile sviluppo di quel habeas corpus dal quale sì è storicamente sviluppata la libertà personale. Questa è la prospettiva nella quale si colloca oggi la privacy, sì che possiamo dire che la tutela dei dati diviene una componente essenziale della nuova cittadinanza. La protezione dei dati personali contribuisce così, in modo determinante, alla "costituzionalizzazione" della persona, diviene una ineliminabile garanzia contro ogni forma di potere, pubblico o privato che sia. Siamo di fronte ad un aspetto della libertà personale che, se in particolari circostanze dev'essere bilanciato con altri diritti anch'essi fondamentali, mai può essere azzerato o limitato nella sua sostanza.

Che cosa accade, però quando si fanno imperiose le esigenze di sicurezza interna ed internazionale? Può la privacy sopravvivere nell'età del terrore?

Si sostiene, infatti che non si può ricorrere al tradizionale bilanciamento tra diritti diversi quando è in questione la sopravvivenza stessa dello Stato, com'è sempre avvenuto in caso di guerre. Ma, in passato, la guerra era dichiarata, vi era un atto formale che la apriva ed uno che poneva ad essa termine: il "tempo di guerra", con la possibilità di limitare garanzie costituzionali, era circoscritto con precisione. La guerra al terrorismo, invece non solo non ha confini, ma soprattutto è senza tempo: per definizione di chi la conduce, è una "guerra infinita". Diventerà anch'essa infinita la limitazione di diritti e garanzie? La guerra al terrorismo, inoltre, è contro un nemico invisibile. Significherà, questo, che tutti diventano potenzialmente, se non nemici, almeno sospetti, legittimando ogni forma di controllo di massa? Dobbiamo, dunque, rassegnarci a veder modificato il concetto stesso di libertà, come ci ricordava ieri Ilvo Diamanti?

A queste domande di principio, in democrazia, nessuno può sfuggire. Ma vi è anche la possibilità di non restare prigionieri dell'alternativa secca tra libertà e sicurezza, che molti cercano di rendere sempre più stringente proprio per dire che è indispensabile una limitazione di libertà e diritti.

La riservatezza di ogni dato dei passeggeri delle linee aeree, ad esempio, è essenziale per evitare che un determinato volo venga scelto come bersaglio perché su di esso viaggia una determinata persona o un gruppo di fedeli di una determinata religione, identificabili attraverso le abitudini alimentari rivelate dalla richiesta di un pasto. La moltiplicazione delle grandi banche dati pubbliche, senza necessità particolarmente rilevanti e forti garanzie per i cittadini, porta con sé anche il rischio di violazioni che metterebbero a disposizione di terroristi e criminali informazioni importanti, aumentando la vulnerabilità sociale e quindi le situazioni di insicurezza. La circolazione transnazionale dei dati personali esige garanzie idonee ad evitare la nascita di "paradisi dei dati", che possono avere effetti perniciosi non minori di quelli dei "paradisi fiscali", drammaticamente rivelati proprio dai fatti di terrorismo.

Bastano questi esempi per sfatare il luogo comune che addita nella riduzione della protezione dei dati personali una via obbligata. Si prospetta, al contrario, la possibilità di una "alleanza virtuosa", grazie alla quale è proprio il pieno rispetto della privacy a rappresentare la condizione per la sicurezza.

Se, poi, si considera il tema specifico delle impronte digitali, la necessità di analisi accurate si rivela particolarmente importante perché, nell'Unione europea, le posizioni sono ancora differenziate: si va dalla larga accettazione del Portogallo al divieto della Grecia, che vede nella loro raccolta una violazione della dignità della persona. Ma, anche sciolto il dilemma tra il raccogliere e il non raccogliere, vi sono altre questioni da affrontare.

Il tema dell'eguaglianza, come dimostrano le discussioni italiane e l'orientamento parlamentare favorevole a prendere le impronte a tutti, cittadini e non, però con problemi non indifferenti per quanto riguarda la concreta gestione della raccolta di più di cinquanta milioni di impronte. Il tema della dignità e della libertà personale, poiché non è vero che le impronte digitali siano dati identificativi come il nome o la data di nascita o la fotografia su un documento: noi lasciamo le nostre impronte ovunque ci rechiamo, si che esse costituiscono una traccia che consente di seguire e ricostruire i nostri movimenti, con il rischio di abusi anche maggiori di quelli legati alle intercettazioni.

Per affrontare questi problemi è indispensabile un quadro adeguato di garanzie, partendo dalla premessa che, se le impronte sono raccolte per rendere più sicura e agevole l'identificazione delle persone, bisogna impedire che possano essere adoperate per finalità diverse. Questo implica, ad esempio, che non vi sia un'unica banca dati centralizzata, ma la disponibilità di attrezzature che permettano di verificare sul posto la corrispondenza tra l'impronta sul documento d'identità e quella dell'interessato (questo è l'orientamento in Germania, Francia, Olanda). Servono comunque regole sulla eventuale conservazione dei dati raccolti, ad esempio per le persone che rimangono solo temporaneamente nel nostro paese, e sul diritto degli interessati a controllare l'uso dei loro dati. Né si possono ignorare i problemi legati al "furto d'identità", all'ormai possibile falsificazione delle impronte, poiché questo "furto", riguardando un dato identificativo permanente e non modificabile produrrebbe effetti pesantemente negativi per l'interessato, che verrebbe escluso da tutti i circuiti che condizionano l'accesso a quel particolare sistema di identificazione.

In generale, ogni intervento in queste materie dev'essere accompagnato da un adeguato sistema di garanzie. Ma le garanzie giuridiche non risolvono i più complessi problemi sociali legati al diffondersi delle tecnologie della sorveglianza e della classificazione. Si possono stabilire regole sulla videosorveglianza negli spazi pubblici. Ma se questa sorveglianza si estende, copre ogni strada o piazza che percorriamo, è accompagnata da registrazioni che permettono poi di ricostruire ogni nostra mossa, quali saranno gli effetti sulla nostra personalità? Sfuggiremo ogni comportamento collettivo? Scrutati da un occhio implacabile abbandoneremo ogni spontaneità? Che cosa diventeranno le città, non più concepite come spazi liberi, ma come luoghi della perenne sorveglianza? Lo chiedo a sociologi, architetti, psicanalisti.

Se libertà e spontaneità si rifugeranno soltanto nei nostri spazi rigorosamente privati, saremo portati a considerare lontano e ostile tutto quel che sta nel mondo esterno. Qui può essere il germe di nuovi conflitti, e dunque di una permanente e più radicale insicurezza.

(Ndr: ripreso da la Repubblica di lunedì 10 giugno 2002)