L'occhio di Echelon e la società trasparente di Come si sta evolvendo la legalità nell'ordinamento internazionale? L'Unione europea è davvero in grado di tutelare i diritti fondamentali dei suoi cittadini? Sono queste le domande che stanno dietro la questione di Echelon, ormai all'ordine del giorno delle istituzioni europee dopo anni in cui i silenzi e le reticenze dei governi coinvolti nell'attività di ascolto delle comunicazioni (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda) avevano spinto a negare l'esistenza stessa di quell'apparato di controllo. Ora si sa che funziona da molti anni, che ha raccolto e continua a raccogliere informazione sui cittadini degli Stati più diversi. Permane ancora l'incertezza sulle utilizzazioni dei dati raccolti, e sono evidenti le resistenze degli Stati gestori del sistema ad accettare limitazioni e controlli. Ma fin d'ora è possibile mettere a fuoco le questioni ineludibili, alle quali dovranno darsi risposte politiche e istituzionali, mancando le quali l'Unione europea rischia uno scacco proprio su quel terreno della legalità che sta cominciando a privilegiare, visto che ha messo in cantiere una ambiziosa Carta dei diritti fondamentali. Accertata l'esistenza di Echelon, finalmente ammessa da Stati Uniti e Gran Bretagna, si discute sulle sue finalità: apparato tradizionale di raccolta di informazioni a fini di sicurezza o anche strumento per acquisire dati economici che avvantaggiano le imprese appartenenti ai cinque paesi del sistema? L'amministrazione americana nega ogni utilizzazione commerciale. Ma questa tesi ufficiale è contraddetta dalle dichiarazioni dell'ex-direttore della Cia, apparse in una sede autorevole come il Wall Street Journal. James Woolsey, con notevole tracotanza, ha esplicitamente confermato la raccolta di informazioni sulle imprese europee, giustificandola con la necessità di contrastarne l'abitudine alla corruzione dei contraenti stranieri, unico modo per compensare la loro arretratezza rispetto alle imprese americane (di nuovo una giustificazione "etica" per pure politiche di potenza). A questa affermazione si è aggiunta negli ultimi giorni una indiretta conferma da parte del governo inglese, che ha sostenuto la legittimità di Echelon richiamando la necessità di difendere il "benessere economico" del paese, e non solo la sicurezza nazionale e la prevenzione dei reati. L'interpretazione di quel riferimento non dovrebbe lasciare dubbi. Il commissario europeo Liikanen aveva sostenuto che l'Unione europea poteva soltanto tutelare il diritto alla privacy dei cittadini, ed aveva fatto riferimento alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Ora, questa Convenzione legittima limitazioni alla privacy in diversi casi, tra i quali appunto la tutela del "benessere economico". Il fatto che il governo inglese abbia fatto esplicito riferimento alla giustificazione economica fa propendere per la tesi di chi sostiene che Echelon ha giocato (gioca ancora?) un ruolo nella concorrenza internazionale tra imprese, distorcendola a favore di quelle appartenenti ai cinque paesi ricordati. Si avrebbe così una distorsione dei criteri indicati dalla Convenzione, che esigono comunque rispetto del principio di legalità e delle garanzie democratiche. Il riferimento alla Convenzione, peraltro, dev'essere integrato da quello, ancor più impegnativo per i paesi dell'Unione europea, alla direttiva 46 del 1995 che colloca la difesa della privacy nel quadro della tutela dei diritti e delle libertà fondamentali. Riprendendo questa indicazione, la direttiva 66 del 1997 ha precisato che esiste un obbligo degli Stati di garantire la riservatezza delle comunicazioni. In questa materia, dunque, l'Unione europea ha voluto una tutela forte. Non sarebbero ammissibili, allora, comportamenti esitanti delle istituzioni europee che sacrificassero diritti fondamentali dei cittadini al rispetto di qualche equilibrio politico. Partendo da questa premessa, il Gruppo dei garanti europei ha approvato nel maggio scorso una raccomandazione riguardante proprio il rispetto della vita privata nel contesto dell'intercettazione delle telecomunicazioni. Il Gruppo ha ripreso le indicazioni contenute in una risoluzione del Consiglio della Comunità europea del 1995 e ha precisato le condizioni indispensabili perché l'attività di intercettazione possa essere ritenuta legittima, sottolineando come queste si riferiscano a tutte le forme di comunicazione: nessuna di quelle condizioni è rispettata nel caso di Echelon. Ma la raccomandazione del Gruppo va oltre e stabilisce un principio che, pur senza nominarla, fotografa proprio l' attività di Echelon, dal momento che si esige "il divieto di qualsiasi sorveglianza per campione o generale delle telecomunicazioni su vasta scala". Questo è un principio che va ben oltre un caso particolare e le polemiche di questo periodo. Siamo ormai entrati in una fase in cui la crescente disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate rende possibile un controllo sociale capillare, senza limiti e confini. Si diffondono i sistemi di videosorveglianza, tenendo sotto controllo aree sempre più estese. Le infinite tracce elettroniche lasciate da ognuno di noi durante la giornata consentono di seguirci implacabilmente, di avere un elettrocardiogramma continuo d'ogni nostra attività. Sta nascendo la "società trasparente", giustificata dalla necessità di combattere meglio il crimine, di garantire la sicurezza nazionale, di ridurre l'evasione fiscale, di cogliere le motivazioni d'ogni cliente di un supermercato? Ammettiamo pure che molte di queste motivazioni siano apprezzabili. Ma come cambieranno i comportamenti individuali e collettivi sottoposti allo sguardo di un onnipresente occhio elettronico? A che cosa porterà la cessione continua di spazi di libertà in cambio di una promessa di sicurezza agganciata ad una sorveglianza continua? Una deriva tecnologica può cambiare non soltanto le forme dell'organizzazione sociale: può incidere profondamente sul sistema delle libertà e dei diritti, e dunque sulla qualità della democrazia. Non sarebbe il caso di avere una discussione pubblica, politica e istituzionale, su questi temi? O si pensa che tutto sarà risolto dalle dinamiche di mercato e da qualche delega a volenterose autorità di garanzia? Peraltro, controlli come quelli legati ad Echelon sono destinati ad entrare in conflitto proprio con le esigenze della decantata new economy. Una recente ricerca della Ibm ha accertato che il 98% degli americani ritiene che la tutela della privacy sia la questione più importante nel quadro del commercio elettronico. Un controllo capillare e continuo delle telecomunicazioni, fuori d'ogni garanzia e controllo, non contrasta radicalmente con questa esigenza? Né può svilupparsi una seria collaborazione tra i paesi dell'Unione europea se alcuni di essi intrattengono rapporti di collaborazione esterni all' insaputa degli altri. Esiste già nel Trattato di Maastricht un obbligo di informazione reciproca sulle questioni relative alla sicurezza. Che cosa accadrebbe se il cattivo esempio della Gran Bretagna, fino a ieri silenziosa sui suoi impegni relativi ad Echelon, fosse seguito da altri? Aver accettato l'Europa, piaccia o no, impedisce agli Stati, in tutta una serie di settori, di rinserrarsi nei propri confini. Nessuna rivendicazione di sovranità nazionale consente di violare i diritti di cittadini ormai appartenenti alla medesima comunità, soprattutto nel momento in cui si è scelta proprio la via della "integrazione attraverso i diritti". Ecco perché il ruolo della Commissione, le iniziative del Parlamento, le decisioni del Consiglio dei ministri dell'Interno e della Giustizia di fine maggio assumono un valore di principio che va oltre la stessa rilevantissima vicenda di Echelon, e ci diranno molte cose sull'effettivo stato di salute dell'Unione europea. (Ndr: ripreso da la Repubblica del 6 aprile 2000) |