TV: 2006, addio all'analogico arriva il digitale terrestre

Nessun Paese ha adottato una legislazione tanto stringente. Si prevede di trasformare in digitale 55 degli attuali canali che potrebbero reggere domani un limite massimo teorico di 220 e forse più

di
Pierluigi Ridolfi

1. Inquadramento della materia. Nel giugno del 2000 I'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha pubblicato un "Libro Bianco sulla Televisione digitale terrestre" suggerendo di accelerare il passaggio, per la televisione terrestre, dalla trasmissione con tecnica analogica a quella con tecnica digitale; nel marzo di quest'anno il Parlamento con la Legge 66/2001, tenendo anche conto del Libro Bianco e convertendo definitivamente un decreto del gennaio precedente, ha dato il via all'operazione, che dovrà essere completata entro il 2006.

Nel mese di novembre l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha emesso il Regolamento che disciplina in dettaglio la materia. Le norme sono ora complete e non resta che passare alla fase di attuazione.

Si noti bene che è previsto che tutte le trasmissioni televisive passino al digitale: dopo il 2006 non sarà più possibile, per nessun operatore, trasmettere con tecnica analogica.

Nessun altro paese europeo ha adottato una legislazione tanto stringente: nei casi in cui è già stata varata una normativa, le trasmissioni digitali terrestri sono riservate a specifici operatori e sono previste "in aggiunta" al sistema analogico, non come sua immediata sostituzione: in nessun testo di legge di altri paesi europei sono previste date di definitiva chiusura del sistema analogico.

L'adozione dello standard digitale nelle trasmissioni terrestri, che da sempre sono associate all'intera platea delle famiglie, secondo l'Autorità garante per le comunicazioni "costituisce la più importante innovazione tecnologica nella storia della televisione: ancor più del colore, della diffusione via satellite o del telecomando, la tecnologia digitale appare in grado di modificare i modi di consumo, i modelli economici e quindi, in definitiva, l'assetto sistematico della televisione.

Con la sua scelta, che insieme accelera i tempi e generalizza i soggetti coinvolti, il legislatore italiano mostra di voler riorganizzare l'intero sistema televisivo per superare i blocchi che con il tempo si sono formati al suo interno."

Considerata la novità della materia e la mancanza di esempi internazionali comparabili al percorso scelto dall'Italia, è apparso opportuno all'Autorità nella fase attuale definire solo le linee normative di fondo in modo da disciplinare gli aspetti essenziali del passaggio dal regime analogico al regime digitale: a successivi provvedimenti, di cui peraltro già si prevedono modalità e scadenze, è lasciato il compito di determinare ulteriori normative adeguate all'evoluzione dei mercati.

La legge 66/2001 e quindi anche il Regolamento introducono una netta distinzione fra operatore di rete e fornitore di contenuti. Mentre nella televisione analogica gli operatori sono integrati in linea verticale e svolgono un ampio arco di attività (dalla trasmissione ai contenuti alla pubblicità), nella televisione digitale agiranno operatori specializzati concentrati sui propri specifici punti di forza: ciò dovrebbe contribuire a ridurre i costi (a parte gli oneri richiesti dallo Stato).

Si prospetta pertanto uno scenario molto articolato nel quale:

• un ampio numero di operatori sarà posto in grado di entrare sul mercato televisivo;

• ai consumatori potrà essere fornita non solo una gamma più vasta di programmi ma anche una crescente varietà di servizi: ciò modifica e arricchisce il consumo televisivo introducendo in molte famiglie funzioni inedite (per esempio Internet);

• con l'incrocio di programmi e servizi interattivi risulterà agevolata l'integrazione con altri settori della comunicazione, in primo luogo l'editoria e la formazione.

Un rapido riassunto della tecnologia alla base di questa trasformazione aiuterà a valutare lo scenario sopra delineato.

II. Quadro di riferimento tecnico. Il segnale televisivo viene trasmesso nell'etere su un canale. Il numero dei canali dedicati alla televisione terrestre è necessariamente limitato: in Italia, ormai da molti anni, questo numero è di 59, il che condiziona fortemente l'offerta televisiva.

Ogni canale, all'interno dell'intervallo da 52 a 862 MHz, occupa una ben precisa frequenza, detta portante del segnale; da notare anche che nel linguaggio comune i termini canale e frequenza sono diventati praticamente dei sinonimi.

Sempre restando nel campo della nomenclatura, fino a 230 MHz le frequenze sono definite di tipo VHF (Very High Frequency), da 470 MHz in su di tipo UHF (Ultra High Frequency); I'intervallo da 230 a 470 MHz non è disponibile per trasmissioni televisive. Come vedremo, questa distinzione potrebbe giustificare delle diverse politiche di gestione del transitorio dal sistema analogico a quello digitale.

Il segnale viene trasmesso con una tecnica di "modulazione": nella trasmissione analogica la modulazione avviene con metodi relativamente semplici e il segnale occupa una banda di 8 MHz nell'intorno della portante (tecnologia PAL); nella trasmissione digitale la modulazione avviene invece mediante tecniche alquanto complesse che consentono un intenso utilizzo delle frequenze.

Occorre premettere che il segnale digitale di ripresa in studio crea un flusso di 270 Mbit/sec, che può essere compresso, con modalità MPEG2, fino a valori compresi tra 2 e 6 Mbit/sec, in dipendenza della qualità dell'immagine e del tipo di trasmissione. Ad esempio, una scena statica può mantenere un buon livello di qualità (paragonabile a quella ottenibile con il PAL) anche con soli 2 Mbit/sec, mentre una partita di calcio, molto dinamica, richiede il mantenimento di un valore di compressione vicino ai 6 Mbit/sec.

Con tecniche di modulazione digitale, in una banda di 8 MHz può essere trasmesso in maniera "robusta" un flusso di 24 Mbit/sec. Per effetto di ciò, nella banda di 8 MHz riservata ad un solo canale televisivo analogico possono coesistere quattro programmi digitali di qualità paragonabile a quella del PAL (in questo caso si dice che si ha un multiplex di 4); con un livello di qualità inapprezzabilmente inferiore i programmi possono essere cinque (in questo caso si dice che si ha un multiplex di 5) o addirittura sei (soluzione adottata nel Regno Unito).

Si noti che la qualità di un programma trasmesso con tecnica digitale dovrebbe essere per definizione buona, in quanto il segnale o lo si riceve oppure non lo si riceve: non esiste via di mezzo, come nel caso della trasmissione analogica.

In Italia si prevede di trasformare in digitale 55 degli attuali 59 canali (VHF + UHF), che potrebbero reggere domani, con un multiplex di 4, un limite massimo teorico di 220 programmi distinti, mentre con multiplex di 5 i canali teorici distinti potrebbero diventare ben 275: pertanto non ci dovrebbero essere più ostacoli tecnici per un deciso incremento dell'offerta televisiva.

I segnali dei vari canali vengono ricevuti dall'antenna dell'utente in modo indifferenziato e successivamente amplificati. Quando si agisce sul telecomando si determina la frequenza che deve essere selezionata e di conseguenza quale canale debba essere attivato perché il relativo segnale, e pertanto il programma televisivo corrispondente, si veda sullo schermo.

Mentre il segnale analogico ricevuto dall'antenna è in grado di far funzionare direttamente un normale televisore, per ricevere i programmi digitali occorre inserire all'ingresso del televisore un'apparecchiatura, semplice e relativamente economica, denominata set-top-box, in grado di trasformare il segnale da digitale in analogico; l'antenna e il televisore invece non cambiano. In questo modo, con una minima spesa, la totalità degli attuali utenti televisivi potrà trarre beneficio dall'esistenza di una maggiore offerta di programmi.

Per un utilizzo più evoluto delle nuove tecnologie, il set-top-box potrebbe avere numerose altre funzioni, naturalmente con costi superiori, quali ad esempio la possibilità di memorizzare uno o più programmi e di riversarli successivamente, a comando, sullo schermo del televisore. In questo modo chi è interessato ad un certo programma, può accendere il televisore in ritardo e veder scorrere il programma dall'inizio mentre la parte finale è ancora in fase di trasmissione (e contestuale registrazione). Nel caso di televisione digitale terrestre, il telecomando va ad agire sul set-top-box, determinando la scelta del canale e di uno dei 4 o 5 programmi relativi.

La trasmissione televisiva digitale terrestre è solo una delle applicazioni della televisione digitale che comprende infatti anche quella via satellite e quella via cavo. All'origine delle attività europee in questo campo c'è il progetto Digital Video Broadcasting (DVB), che aveva lo scopo di definire standard comunitari. Il progetto, cui hanno partecipato 170 società coinvolte nei diversi settori dell'industria televisiva, ha raggiunto l'obiettivo di stabilire un unico standard condiviso su scala europea per le trasmissioni televisive digitali via satellite (DVB-S), via cavo (DVB-C) e via terra (DVB-T). Ciascun supporto (satellite, cavo, etere terrestre) utilizzato per la televisione digitale ha caratteri propri che si riflettono in specifici vantaggi e limiti.

La diffusione analogica terrestre assicura da tempo in Europa una copertura capillare del territorio, essendo disponibile in oltre il 95% delle abitazioni (in Italia le reti RAI UNO e RAI DUE coprono il 99,9 % della popolazione e raggiungono tutte le località con almeno 300 abitanti) tramite antenne poco costose e semplici da installare.

La televisione digitale terrestre possiede quindi potenzialità superiori rispetto a quelle offerte dalla televisione via cavo e via satellite; inoltre essa rappresenta la soluzione ottimale per chi voglia diffondere programmi in un numero elevato di famiglie e perseguire, anche con il digitale, quegli obiettivi di servizio molto ampio che da sempre in Europa hanno caratterizzato l'attività televisiva.

Le reti terrestri presentano tuttavia altri vantaggi essenziali, quali la portabilità del servizio, cioè la possibilità di ricevere i programmi ovunque, grazie ad un'antenna mobile, e la regionalità, cioè la possibilità di trasmettere solo in zone geograficamente limitate. Si noti al proposito che il territorio regionale è troppo esteso per essere coperto capillarmente da una rete di trasmissione via cavo a costi non elevati, laddove il satellite ha una copertura geografica molto ampia, non circoscrivibile su scala regionale.

II. Modelli di rete. La legislazione definisce "Reti nazionali" quelle tenute a trasmettere lo stesso programma simultaneamente sull'intero territorio nazionale (in realtà solo su una percentuale molto elevata di esso: 80% della superficie e tutti i capoluoghi di provincia); le norme attualmente in vigore ne fissano il numero massimo in 11, a causa della limitatezza delle frequenze disponibili.

Le 59 frequenze attuali, opportunamente distribuite sul territorio nazionale, alimentano queste 11 reti e ben 600 televisioni diverse di limitato ambito geografico. Naturalmente la stessa frequenza può essere utilizzata per trasmettere programmi diversi, purché le aree geografiche interessate siano lontane fra loro e la potenza di trasmissione non sia eccessiva.

La distribuzione delle frequenze sul territorio nazionale, così come si è venuta a creare nel tempo, non risponde ad alcuna logica tecnica, consentendo di fatto l'insorgere di interferenze senza aver alcuna possibilità di manovra, in quanto non esiste più una sola frequenza libera. In linea di massima si può anche osservare che, per ragioni storiche, Rai e Italia1 sono prevalentemente piazzate in area VHF, mentre tutte le altre trasmittenti sono in area UHF.

Non è tecnicamente possibile ricevere "bene" in un generico punto del territorio tutti i 59 canali, se non altro per le inevitabili interferenze con zone vicine. Praticamente si può contare su un massimo di 30-40 canali. Come è ben noto, ogni utente ha la necessità di utilizzare più antenne, in funzione dei programmi che intende ricevere che di solito sono irradiati da trasmettitori posti in località diverse.

La trasmissione con tecnica digitale cambia in modo sostanziale i criteri con i quali servire zone vicine senza creare interferenze. Tra l'altro sarà possibile avere reti nazionali con trasmettitori che operino tutti sulla stessa frequenza, il che è tecnicamente impossibile nel caso di trasmissione analogica.

Sono previste anche reti nazionali decomponibili a livello regionale. La loro struttura si può intuire pensando a una carta geografica politica, dove le varie zone (nazioni, regioni o province) sono distinte da colori diversi. È noto che bastano quattro colori per far sì che una zona non confini con un altra avente lo stesso colore.

Analogamente in una rete scomponibile si fa in modo che zone contigue siano servite da frequenze diverse: per ottenere ciò sono sufficienti quattro frequenze. Ogni rete nazionale scomponibile richiede pertanto come minimo quattro frequenze. Naturalmente coesisteranno più reti nazionali scomponibili, con un'opportuna scelta delle frequenze operanti nelle stesse zone. Nelle reti nazionali scomponibili il concetto di "regione" non coincide necessariamente con la Regione intesa in senso politico, anche perché la scomposizione può essere ripetuta a livelli inferiori, come quello provinciale o subprovinciale.

Il Libro bianco dell'Autorità per le Comunicazioni ha ipotizzato la trasformazione da analogico a digitale di 55 canali che, una volta completata, con un multiplex di 4 renderà disponibile, come già detto, un massimo teorico di 220 programmi distinti. In realtà la necessità di realizzare sia reti a monofrequenza sia reti a più frequenze crea una situazione di relativa complessità.

Ad esempio, se si pianificano 19 reti nazionali, a queste bisogna riservare 19 frequenze, che consentono 19 x 4 - 76 programmi distinti. Le altre 55 - 19 = 36 frequenze possono reggere 36: 4 = 9 reti nazionali scomponibili a livello regionale. In ogni regione sarà possibile utilizzare una sola frequenza di quella rete, con i relativi 4 programmi. I programmi a livello regionale saranno dunque 9 x 4 = 36. In ogni punto di ogni regione sarà dunque possibile ricevere i 76 programmi nazionali e i 36 programmi regionali, per un totale di 112 programmi. Se si pianificano invece solo 15 reti nazionali, le reti scomponibili salgono a (55 - 15): 4 = 10. I programmi disponibile per ogni utente sono pertanto 60 nazionali (15 x 4) + 40 regionali (10 x 4), cioè complessivamente 100.

Il tutto destinato a crescere in proporzione se il multiplex sarà di 5 invece che di 4.

La schematizzazione appena vista riprende quella concettuale del Libro bianco: la realtà sarà indubbiamente molto più articolata, in funzione sia delle esigenze del mercato sia dell'ubicazione dei nuovi siti trasmissivi.

Nel regolamento acquista particolare rilevanza il concetto di "blocco di diffusione" che comprende l'insieme di tutto quanto si può trasmettere su una determinata frequenza.

Non va dimenticato infatti che con la trasmissione terrestre in digitale si può avere, oltre alla televisione, anche la radiofonia numerica, la trasmissione dati e i servizi interattivi.

Il Regolamento impone tra l'altro che in ogni blocco siano riservati per la radiofonia almeno cinque palinsesti e per la televisione almeno tre palinsesti.

In aggiunta ai programmi della televisione digitale terrestre, vi sono quelli, innumerevoli, delle trasmissioni via cavo e via satellite: anche per questi occorre un apposito set-top-box tra il cavo o la parabola e il televisore. Si sta lavorando per definire un unico standard per il set-top-box in grado di gestire i vari programmi televisivi, qualunque sia la fonte di provenienza (antenna terrestre, cavo, parabola satellitare): vi sono però molti problemi economici e commerciali da risolvere. In prospettiva, questo set-top-box cesserà di essere un'unità separata per essere incluso, come parte integrante, all'interno dei televisori di nuova generazione.

Per ora non vi sono elementi che possano consentire previsioni ragionevoli sugli effetti della concorrenza tra le varie piattaforme (satellite-cavo-digitale terrestre). Certo è che l'utente si troverà comunque, entro qualche anno, a dover gestire un'offerta molto ampia di programmi televisivi, parte dei quali per lui gratuiti in quanto finanziati dalla collettività e/o dalla pubblicità, altri a pagamento. Particolarmente delicato sarà il finanziamento delle reti terrestri a servizio locale, che dovranno competere con quelle nazionali, ma è anche vero che proprio le reti locali offriranno delle possibilità concrete di vedere realizzate iniziative nate dalla creatività periferica. Comunque il problema dell'autosufficienza economica si presenta per tutti molto problematico, anche in previsione degli ingenti oneri che lo Stato sembra che si accinga a chiedere, a vario titolo, agli operatori.

III. Quadro di riferimento normativo. La Legge 66/2001 ha per titolo "Disposizioni urgenti per il differimento di termini in materia di trasmissione radiotelevisive analogiche e digitali, nonché per il risanamento di impianti televisivi"; la Legge, di difficile lettura, è completata da un Regolamento, pubblicato in novembre, insieme ad un'eccellente "Relazione illustrativa" che aiuta ad orientarsi in una materia obiettivamente molto complicata. Non si tratta di un semplice provvedimento amministrativo, come il titolo farebbe supporre, ma di una vera rivoluzione.

In sintesi: il sistema televisivo attuale, con le sue reti piccole e grandi, locali e nazionali, con le sue frequenze e con le sue regole, viene completamente azzerato per assumere un nuovo assetto al più tardi per la fine del 2006.

Innanzi tutto, la legge introduce una distinzione tra operatori di rete, per i quali è prevista una licenza, fornitori di contenuti e fornitori di servizi, per i quali è prevista un'autorizzazione. I fornitori di contenuti devono basarsi sugli operatori di rete per poter trasmettere.

Per "servizi" si intendono soprattutto quelli di criptaggio e fatturazione. Le licenze sono a titolo oneroso, anche se l'ammontare del "quantum" è rinviato a successive disposizioni. Per il momento, ai fornitori di contenuti viene solo richiesto un contributo, relativamente modesto, in conto istruttoria. Gli operatori e i fornitori devono essere società di capitali, con particolari requisiti in capo agli amministratori; è previsto che fondazioni, associazioni ed altri enti privi di scopo di lucro possano chiedere l'autorizzazione come fornitori di servizi a carattere comunitario, con riduzione degli oneri istruttori.

Il Regolamento precisa anche in modo esplicito che tutte le responsabilità di carattere editoriale (programmi, norme sulla pubblicità, protezione dei minori, ecc.) sono in capo ai soggetti autorizzati a fornire contenuti, mentre agli operatori di rete che hanno ottenuta una licenza sono demandati gli impegni relativi alle attività diffusive (progetto radioelettrico, funzionamento della rete, investimenti, rispetto dei limiti tecnici di trasmissione).

Particolarmente importante è l'articolo 2-bis della Legge nel quale:

• Al comma 5 viene stabilito che "Le trasmissioni televisive dei programmi e dei servizi multimediali su frequenze terrestri devono essere irradiate esclusivamente in tecnica digitale entro l'anno 2006".

• Al comma 2 si consente, nei primi tre anni, i trasferimenti di impianti tra concessionari televisivi in ambito locale e concessionari televisivi in ambito nazionale allo scopo di favorire l'avvio di diffusioni sperimentali in tecnica digitale.

• Al comma 1 si obbligano i titolari di più di una concessione televisiva a concedere, a condizioni eque, ad altri soggetti il 40% della capacità trasmissiva in tecnica digitale allo scopo di realizzare trasmissioni sperimentali.

• Al comma 12 si enuncia il concetto che, nella concessione delle licenze in ambito locale, va data priorità ai soggetti che intendono diffondere produzioni televisive di utilità sociale ovvero siano destinatari di finanziamenti da parte dell'Unione europea.

All'articolo 2 viene confermata la data del 31 dicembre 2002 entro la quale sarà adottato il nuovo piano di assegnazione delle frequenze televisive in tecnica digitale, che poi verrà attuato sulla base delle effettive esigenze e delle richieste del mercato.

A regime a nessun operatore è consentito di avere più del 20% della totale capacità trasmissiva, mentre alle reti locali deve essere assegnata almeno un terzo dei blocchi di diffusione disponibili. Lo scenario che si prospetta prevede, oltre agli operatori nazionali che dovrebbero essere in numero maggiore di oggi, un gran numero di operatori locali; vi sarà una netta separazione tra le società per la diffusione e quelle per i contenuti; vi sarà un'enfasi sulla sperimentazione e sull'innovazione.

Sicuramente entro soli cinque anni l'offerta televisiva sarà molto diversa da quella attuale. Preoccupa il transitorio, che è costoso, necessariamente a macchia di leopardo, poco appetibile per l'utente costretto ad affrontare il costo di un set-top-box a fronte di incremento di valore al momento sconosciuto: il problema peraltro è ben noto al legislatore che proprio nelle ultime righe della legge citata dispone che vengano individuate "misure a sostegno del settore " in vista "dello sviluppo e la diffusione in Italia delle nuove tecnologie di trasmissione radiotelevisiva digitale su frequenza terrestre". Sembra implicita, pertanto, la previsione di forme di defiscalizzazione per l'acquisto del set-top-box domestico.

Da notare anche che la Legge 66/2001 contiene disposizioni anche per il riposizionamento dei siti in cui sono installati i trasmettitori, per ridurre i problemi potenzialmente sollevati dall'inquinamento elettromagnetico. Ad operazione ultimata, i siti saranno in numero inferiore a quello odierno, la potenza di irradiazione sarà nel complesso inferiore e le possibilità di interferenze praticamente nulle. Ogni sito, almeno su un piano teorico e nell'ipotesi sopra esaminata di distribuzione delle frequenze tra le reti, dovrebbe poter trasmettere le 19 frequenze delle reti nazionali e le 9 frequenze che gli competono per le reti regionali. Di conseguenza, ogni utente dovrebbe avere una sola antenna orientata verso un unico sito.

IV. Il ruolo delle Regioni. A parte le reti nazionali, ogni Regione diventerà potenzialmente il baricentro di una nuova intensa attività di emittenza. È probabile che, indipendentemente da iniziative di privati o parallelamente a queste, ogni Regione darà vita a una propria rete di trasmissione e a una o più reti per fornire contenuti. Lo scenario più probabile prevede la nascita di società controllate dalle Regioni sia per la trasmissione sia per la fornitura dei contenuti.

È probabile che la maggior parte di questi fornitori di contenuti si posizione nella categoria di quelli a "carattere comunitario".

L'interesse della Regione è evidente: si tratta di informare, di diffondere una cultura regionale, di partecipare in modo costruttivo a risolvere alcuni problemi sociali (multietnicità, prevenzione, salute), di realizzare attività di formazione.

Proprio la formazione probabilmente risulterà, almeno all'inizio, l'attività prevalente.

La legge ha già attribuito alle Regioni il compito di sovrintendere all'istruzione a tutti i livelli, con la sola eccezione di quella universitaria. Rientrano pertanto nei compiti della Regione la gestione dell'istruzione scolastica tradizionale e il nuovo e sempre più importante settore della formazione continua (rialfabetizzazione, cultura generale, lingue straniere, programmi per le minoranze, qualificazione e riqualificazione del personale dell'industria e della pubblica amministrazione, e così via): si valuta che non meno di dieci milioni di persone dovrebbe essere esposti permanentemente, naturalmente con diversi livelli di intensità, a programmi di questo tipo.

Tra le varie tecnologie per la formazione quella cosiddetta "a distanza" avrà necessariamente un ruolo particolarmente significativo: non si può pensare, infatti, di avere milioni di persone in aula, mentre potrebbe essere ragionevole attivare programmi didattici che prevedono un ampio ricorso alle strutture domestiche.

Questi programmi, da un punto di vista tecnologico, sono basati su libri, CD, Internet e programmi televisivi, possibilmente utilizzati in modo integrato, con l'assistenza di appositi tutor.

Molti passi sono già stati fatti su questa strada, anche se finora limitata è stata la componente dell'ausilio televisivo, per la mancanza di frequenze.

Tra le iniziative in corso di un certo rilievo, vanno citate quelle del Consorzio Nettuno e di Rai Educational. Il Consorzio Nettuno trasmette, ormai da anni, classici corsi di tipo universitario su canali della Rai, prevalentemente nelle ore notturne. L'allievo registra a casa le videolezioni e le rivede a proprio comodo.

Rai Educational invece ha installato in settemila scuole una parabola in grado di ricevere il segnale da un satellite digitale.

Su un apposito canale vi sono trasmissioni durante tutta la giornata: va segnalata in particolare l'iniziativa "Mosaico", riservata agli insegnanti, con la quale vengono trasmessi, su richiesta, spezzoni provenienti dalle Teche Rai, dei quali è disponibile una descrizione in un apposito sito Internet.

L'insegnante sceglie gli spezzoni, inoltra telematicamente una richiesta alla Rai che provvede poi a trasmetterli dal satellite secondo un palinsesto programmato e pubblicato settimanalmente. Disponendo di questi spezzoni l'insegnante può "montare" una lezione ad hoc, in base alla propria creatività (ed abilità!).

Per usufruire di questa "offerta" sono state create apposite strutture presso le scuole dotate di parabole: nulla vieta però al singolo insegnante di vedere e di registrare i programmi a casa propria, qualora disponga di una parabola digitale.

Ed è proprio su questo fronte che la televisione digitale terrestre, con la disponibilità teorica di numerosi canali regionali, può intervenire a sostenere i programmi di formazione permanente. Si noti che con la televisione digitale terrestre sarà possibile seguire i programmi di formazione stando a casa propria, senza bisogno di locali particolari o di antenne parabolica: basta la normale TV domestica con la sola aggiunta del set-top-box.

È importante sottolineare che i set-top-box di nuova generazione, in grado anche di registrare i programmi trasmessi, consentiranno allo "studente" la possibilità di vedere quelli di proprio interesse negli orari prescelti; naturalmente non cambiano gli accessi agli altri programmi via etere terrestre, satellite o cavo, per le normali esigenze familiari.

Si tratta di campi molto nuovi, specie per gli insegnanti, ai quali bisogna insegnare a imparare in un modo nuovo, e che a loro volta devono anche imparare a insegnare in un modo nuovo, soprattutto in settori delicatissimi quali quelli della multietnicità e della disabilità.

V. Considerazioni finali. I vantaggi del passaggio per la trasmissione televisiva dall'analogico al digitale sono evidenti per la collettività e per il singolo (maggiore disponibilità di frequenze e di conseguenza di programmi, qualità di ricezione nel complesso migliore, minore inquinamento elettromagnetico, una sola antenna sul tetto invece di due o più); i vantaggi sono pure notevoli per lo Stato che non nasconde l'intenzione di ricavare delle entrate cospicue (vedi il precedente dell'UMTS) con le licenze.

Densa di problemi è la situazione degli attuali operatori, grandi e piccoli, che dovranno accollarsi delle spese non indifferenti per la conversione degli impianti.

Finora le reazioni sono state limitate e più che prevedibili: la Rai si è dichiarata preoccupata per i costi di conversione degli impianti, Mediaset per la crociata contro il duopolio che a suo giudizio sembra permeare la legge, mentre gli operatori minori hanno manifestato il timore di restare schiacciati dai grandi.

Tutti stanno chiedendo di rinviare la data del 2006, portando ad esempio sia le esperienze francesi e inglesi e adducendo anche il motivo che appare del tutto impossibile che le famiglie italiane si possano dotare del set-top-box, o addirittura di un nuovo apparecchio televisivo, entro un arco di tempo così breve: finché tutta l'utenza non sarà in grado di ricevere il: digitale, non si potrà spegnere l'analogico.

Tutti si dimostrano preoccupati del meccanismo, complesso e costoso, voluto dal Regolamento per liberare alcune frequenze per effettuare sperimentazioni: ambienti della Rai hanno suggerito di limitare l'identificazione di queste frequenze nell'area VHF, dove gli operatori sono pochi e i problemi di coordinamento dovrebbero essere inferiori. Mediaset ha dichiarato di aver già destinato 10 miliardi di lire ai primi esperimenti, pur confermando perplessità su quando e come potranno essere remunerati gli investimenti che si preannunciano molto forti.

In conclusione, anche se il quadro complessivo europeo non è chiaro e non è improbabile che anche in Italia la data limite per la conversione completa da analogico a digitale sarà spostata a oltre il 2006, non v'è dubbio che è importante cominciare a fare esperimenti, tra l'altro espressamente previsti dalla Legge 66/2001.

Solo così si potranno effettivamente valutare i costi e le prestazioni e ottenere gli elementi necessari a stendere un bilancio. Comincia anche ad apparire chiaro che una delle chiavi di successo di tutta l'operazione sta nei "nuovi" contenuti con i quali alimentare, in modo socialmente ed economicamente valido, le televisioni locali, che in prospettiva saranno ancor più numerose di quelle di oggi.

(Ndr: Ripreso dal mensile MEDIA DUEMILA di dicembre 2001 - gennaio 2002)