UN'ANALISI DELL'OCSE Sapere informatico l'Italia è ultima Nella spesa, e quindi nei profitti, in tutto ciò che è conoscenza, dalla scuola ai computer, il nostro è all'ultimo posto fra i 15 paesi più industrializzati sia nel settore pubblico che in quello privato di Nel 1997, dicono le statistiche, in Italia una famiglia su quattro aveva un personal computer. Poche ma non pochissime: meno del 40-50% dei paesi scandinavi e degli Usa, ma più di Giappone e Francia. Il problema è che i computer italiani, a quanto pare, o sono spenti o sono intasati dai videogiochi. Non riescono a costituire il volano per il decollo dell'economia italiana nel mondo virtuale che è il vero mondo dell'economia 2000 o, comunque, dell' economia che conta. In base ai dati dell'Ocse, l'Italia è, nell'élite dei paesi industrializzati, quello meno wired, meno interconnesso, più in ritardo su Internet, con il pool di capitale umano - nel suo insieme - più scadente. All'appuntamento della knowledge economy, l'economia della conoscenza e dell'informazione parola d'ordine dell'economia del prossimo secolo - l'Italia si presenta più impreparata, in disordine e in ritardo di quanto ci si potrebbe aspettare. I dati, in questo settore, cambiano velocemente. Ma, come cambiano per l'Italia, cambiano per gli altri paesi. E ad andare più in fretta, piuttosto che l'Italia, sembrano andare concorrenti come Corea, Portogallo, Finlandia. Quanto alla "knowledge economy", è vero che il concetto è ancora fluido. I ricercatori dell'Ocse sono i primi a tentare di farne un aggregato statistico, che si possa misurare. L'hanno fatto nel nuovo "Tabellone della scienza, della tecnologia e dell'industria". Hanno sommato le spese per ricerca e sviluppo, le spese pubbliche per istruzione e formazione, gli investimenti in software. Come tutti i primi tentativi, si può criticare: davvero la spesa per i bidelli aiuta la "knowledge economy"? Ma è una base per l'analisi. E, su questa base, l'Italia sta perdendo terreno. Negli investimenti in "conoscenza", al 1995, l'Italia era (nonostante i bidelli) all'ultimo posto fra i 15 paesi più industrializzati: il 6 per cento del Pil, contro l'8 per cento della media Ocse e il 10 per cento della Francia e degli scandinavi. Anche per la quota di valore aggiunto del settore privato relativa a software, R&D, formazione, l'Italia è fuori quadro: gli altri 14 sono intorno, o sopra, il 50 per cento (che è la media Ocse). Noi, a quanto pare, ci occupiamo d'altro: siamo dieci punti indietro, al 41,3 per cento. "Siccome la knowledge economy richiede nuove capacità e nuove competenze - scrivono gli autori del "Tabellone" - la qualità delle risorse umane è il principale fattore dietro l'invenzione e la diffusione di tecnologia". I politici italiani che, da decenni, applicano una politica malthusiana di taglio di fondi, stipendi e personale nella scuola pubblica scopriranno con stupore che il criterio utilizzato per determinare la qualità del capitale umano è la scuola. Più esattamente, il numero di diplomi di scuola media superiore. In media, il 60 per cento della popolazione Ocse fra i 25 e i 64 anni ha completato le superiori. Negli Usa e in Germania, siamo all' 80 per cento. In Italia (insieme a Turchia, Portogallo, Spagna, Grecia e Lussemburgo) sotto il 50 per cento. Per le lauree siamo al 9 per cento, contro il 20 per cento di Usa e Olanda. Nel suo recente bestseller sulla globalizzazione economica ("The Lexus and the Olive Tree") un apprezzato giornalista del New York Times, Thomas Friedman, scrive che, quando deve valutare un paese nella prospettiva della globalizzazione, si basa su due indicatori. Quello dei diplomati, come l'Ocse. E il grado di interconnessione, la capacità nazionale nelle telecomunicazioni, il sistema sanguigno della "knowledge economy". Il secondo indicatore non dà, per l'Italia, risultati migliori del primo. In Italia (ancora dati Ocse, questa volta dal "Rapporto sulle comunicazioni 1999") ci sono meno di 45 linee fisse ogni 100 abitanti. La media Ocse è 49. Il Giappone è lì vicino, ma Francia, Germania, Gran Bretagna sono intorno a 55, Svezia e Usa sopra le 65. L'informazione vive se circola, ma, in Italia, l'apparato circolatorio è più piccolo e asfittico. Ci salverà la mania italiana dei telefonini? Grazie ai cellulari, il sistema di telecomunicazioni italiano si issa alla media Ocse (65 "accessi" ogni 100 abitanti, ma in Svezia siamo a 103, negli Usa a 86) e il futuro dell'informatica - assicurano gli esperti in questi mesi passerà sempre di più attraverso il "senza fili". Prima che il cellulare fornisca la stessa potenzialità di trasmissione della linea fissa, però, ci vorrà tempo e l'Italia è, comunque, nel gruppo di coda. Nelle nuove praterie in cui si corre la gara della "knowledge economy", procedere appaiati (per giunta, grazie alla promessa dei telefonini) con pachidermi come Francia e Germania non è affatto una garanzia di successo. Questo per il sistema, vene e arterie. Ma il sangue? Povero e scarso, purtroppo. L'infrastruttura, infatti, conta se sopra ci passa l' informazione. E, se la misuriamo con Internet, siamo indietro anche qui. Se contiamo gli "host" di Internet (grosso modo i siti collegati alla rete, via il Web o altrimenti), quelli targati Italia - anche se .com, .net, .org - erano, a luglio 1998, 8 ogni mille abitanti. La media Ocse è 32. E, senza guardare agli 80 americani, ci sono i 104 finlandesi, i 62 svedesi, i 28 inglesi. Sui 30 paesi censiti dall'Ocse, l'Italia è al posto numero 22: dietro a noi ci sono solo i paesi dell'Est, Grecia, Portogallo, Corea, Messico e Turchia. Su questa base, è naturale che, visto dall'Italia, il commercio on line sia una chimera per pochi. E la classifica Ocse lo conferma. Si può parlare di commercio elettronico solo in presenza di server criptati, che garantiscano il segreto sul numero della nostra carta di credito. E anche qui, contando i server criptati rispetto al numero di abitanti, l'Italia è nella casella 22 su 30: quelli dietro sono gli stessi. Di appuntamenti con l'economia, l'Italia ne ha già persi molti. Ma qui non si tratta solo di occasioni sprecate, per non aver saputo puntare in tempo su un settore, le biotecnologie, piuttosto che l'elettronica di consumo. Questa è - ci assicurano gli esperti una intera nuova economia, i cui risultati già si misurano. L'unico paese europeo che, attualmente, viaggi ad un ritmo di sviluppo paragonabile a quello americano, è la Svezia: 3,8 per cento, finora, quest'anno, quasi il doppio della media europea. Da dove viene questo boom? Nel 1990, a Stoccolma per raccontare il collasso economico degli inventori del welfare, nel palazzetto della Confindustria mi dicevano sconsolati: "Le condizioni per ripartire ci sono. Ma i grossi investono all'estero e i piccoli, da noi, non ci sono, non ne nascono. Beati voi con i vostri Brambilla". Nel 1999, a cavalcare la galoppata dell'economia svedese ci sono sconosciuti Svensson e Johansson, i Brambilla locali. Il grosso dello sviluppo arriva da società che dieci anni fa non esistevano, concentrate nell'informatica, nel software, nei servizi della "knowledge economy". (Ndr: ripreso da la Repubblica-Affari&Finanza di lunedi 25 ottobre 1999) |