ROMANO PRODI
Messaggio alla Conferenza Internazionale "Privacy, da costo a risorsa" La storia della protezione dei dati personali nell'Unione europea è sicuramente l'esempio più evidente di un modo di presentare e disciplinare la privacy che mette in evidenza il suo valore di risorsa per il sistema delle imprese e per la generalità dei cittadini. L'Unione europea è oggi la regione del mondo dove la circolazione dei dati personali è, a un tempo, più libera e più sicura. Questo risultato è stato possibile proprio perché alla liberalizzazione della circolazione si è accompagnata una disciplina che assicura un elevato livello di protezione, evitando i rischi, notevolissimi, che sarebbero nati in presenza di un mercato incontrollato e selvaggio dei dati personali. In questo modo, non solo i cittadini dei paesi membri dell'Unione, ma tutte le persone i cui dati vengono trattati all'interno dell'Unione europea, godono di garanzie che consentono loro di guardare con ragionevole fiducia, e con adeguati poteri, ai modi sempre più variegati e intensi in cui vengono utilizzate le informazioni che li riguardano. La tutela della privacy, dunque, certamente implica spese, ma non può essere semplicisticamente considerata solo come un costo. E' piuttosto la condizione perché si crei un contesto attento alle esigenze dell'economia e rispettoso dei diritti delle persone. Quest'ultima, infatti, è una questione ineludibile, soprattutto dopo la proclamazione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che, all'articolo 8, ha attribuito alla protezione dei dati personali appunto il rango di diritto fondamentale. Più precisamente, la privacy si presenta come risorsa perché, quando sia effettivamente presa in considerazione, consente di guadagnare la fiducia del consumatore, può rendere più efficiente l'attività d'impresa, elimina costi impropri. In uno studio della Commissione delle Comunità europee, dedicato a "Comunicazioni commerciali non richieste e protezione dei dati", si è messo in evidenza come il sistema delle imprese si allontani sempre di più da pratiche commerciali fondate su un uso delle informazioni personali che non tenga conto del consenso degli interessati. Questo perché invadere con messaggi non richiesti la casella di posta elettronica dei consumatori può determinare reazioni di rigetto proprio verso i confronti dei prodotti dell'impresa che si è resa responsabile di continue violazioni della sfera privata. Non a caso quello studio definisce l'invio massiccio e indesiderato di messaggi di posta elettronica, lo spamming, come la "malattia infantile del marketing via e-mail". Inoltre, il consentire l'accesso dei consumatori ai dati raccolti dalle imprese, e la loro eventuale correzione o cancellazione, implica certo dei costi per queste ultime, ma consente anche di disporre di dati corretti e di evitare i costi, non solo economici, derivanti dall'invio di messaggi a chi non li gradisce. E lo studio ricordato sottolinea anche che la semplice operazione di lettura ed eliminazione di pochi messaggi indesiderato al giorno corrisponde ad una perdita di tempo stimabile in molte ore all'anno per persona. Adoperare correttamente la leva della privacy, quindi, contribuisce a far sì che il sistema nel suo insieme possa funzionare nel modo più economico possibile. E' opportuno e importante, allora, che su questi problemi e queste prospettive si discuta, in un confronto aperto tra politici, amministratori, studiosi e tenendo conto della molteplicità di punti di vista e delle differenze culturali. Buon lavoro. Bruxelles, 6 dicembre 2002 |