Europa e America divise dalla privacy IL RAPPRESENTANTE DI CLINTON A ROMA PER CERCARE UN ACCORDO CHE EVITI LA PARALISI NELLO SCAMBIO DI DATI Negli Stati Uniti, spiega David Aaron, non è possibile che un'authority si inserisca con poteri cogenti in un settore come quello di Internet di Il suo mestiere è quello di sottosegretario al commercio nell'amministrazione Clinton, ma da qualche mese la sua missione è quella del pontiere. David Aaron deve evitare che le due sponde dell'Atlantico non parlino più per colpa della privacy. La direttiva europea vieta il trasferimento delle informazioni personali verso quei paesi che non garantiscano "un'adeguata tutela" della riservatezza. E gli Stati Uniti, per l'Europa, sono un far west dei dati verso il quale bisogna tirar su il ponte levatoio. Si profila un black-out informatico letale per Internet ma anche per carte di credito e banche americane. Per evitarlo Aaron sta girando l'Europa con una proposta: si chiama "Safe harbour": un "porto sicuro" per i dati europei, costituito da un codice di autoregolamentazione più severo sottocritto dalle aziende americane interessate a ricevere informazioni dall'Europa. Pochi giorni fa, a Roma, Aaron ha cercato - per conto di Clinton ma soprattutto del vicepresidente Al Gore che segue personalmente il problema - di convincere il Garante, Stefano Rodotà, che tanto basterebbe per definire "adeguata" la tutela della privacy in America. Gli abbiamo chiesto se c'è riuscito. Come è andato l'incontro con Rodotà? "Abbiamo fatto un passo avanti: il Garante ha ammesso il principio che i regolamenti volontari sul modello del "safe harbour" possono essere utili per proteggere la privacy. Al riguardo noi abbiamo spiegato che negli Stati Uniti esiste un forte sistema di protezione della privacy basato sull'adesione volontaria, ma no per questo meno efficace". Ma se il sistema è autoregolamentato chi sanziona le violazioni? "Negli Stati Uniti non vogliamo un'Autorità come la vostra: le sembrerà un paradosso, ma l' idea di un Garante ci sembra un' invasione della privacy. Per le informazioni mediche e finanziarie, abbiamo alcune Authority Governative, ma per i dati di marketing pensiamo sia sufficiente l' autoregolazione. Come ho sottolineato anche nel colloquio con Rodotà, se le società americane non si comportano correttamente, il Garante italiano potrà sanzionarle tagliandole fuori dal flusso di informazioni". Non pensate che le vostre leggi sono troppo blande rispetto al potere di diffusione dei dati personali di Internet? "Io penso al contrario che quando l'Unione europea cominciò a lavorare sulla direttiva, aveva in mente un mondo senza Internet. Ora si tratta di adattare la direttiva a questa novità. Comunque Internet non è un nemico della privacy. Anzi, ne rafforza le ragioni: i cittadini devono sentirsi garantiti per inserire i dati necessari al commercio elettronico". Negli Stati Uniti le società vendono legalmente dati personali sia finanziari che sanitari su Internet. Come facciamo a essere sicuri che questo non accada anche con i dati dei cittadini europei? "Anche negli Stati Uniti per raccogliere e vendere dati finanziari personali ci vuole l'autorizzazione dell'interessato. Comunque nell'ambito del "Safe Harbour", le informazioni sensibili, come queste potranno essere raccolte solo con il consenso dell'individuo". (N.d.r.: ripreso da La Repubblica AFFARI&FINANZA di lunedì 22 febbraio 1999) |