FERMATE GLI SPACCIATORI DI COOKIES

Visto che Al Gore ha buone probabilità di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti, ho pensato che sarebbe stata una buona idea quella di fargli chiarire la sua posizione su un tema poco sentito di questa campagna elettorale: l’abuso delle tecnologie informatiche ai danni della privacy personale.

Questa settimana si è presentata l’occasione di porre al vicepresidente le domande che volevo sulla privacy, durante l’incontro ufficiale con i direttori responsabili del Times a New York. Per dimostrare che non avevo intenzione di coglierlo in fallo con una domanda trabocchetto su un tema assai complesso, prima di fare la domanda ho voluto illustrare brevemente le due parole chiave utilizzate dalle parti in causa.

Il termine scelta viene utilizzato da banche, ospedali e società che operano su Internet per nascondere le rispettive violazioni della privacy dei clienti. Ci offrono la "scelta" di dir loro di non comunicare ad altri i nostri segreti più nascosti — ma è sul cliente che ricade il peso di questa decisione, e il cliente può essere influenzato con l’offerta di un regalo o la minaccia di non ottenere la transazione richiesta. I ficcanaso sanno che la gente di solito non ha voglia di scegliere l’"opt out" — ossia, non ha voglia di prendere l’iniziativa di difendersi.

Il termine consenso viene invece utilizzato da chi si oppone all’inserimento di "cookies" (una specie di cimici che tengono traccia di tutti i nostri spostamenti online) nella memoria dei computer. Noi vogliamo che sia chi opera sul mercato a dover ottenere il nostro consenso espresso ed informato: e ciò significa che prima bisogna sapere a chi andranno le informazioni sul proprio conto, e di quali informazioni si tratti, e che deve essere indicato in modo esplicito se queste informazioni saranno vendute o cedute ad un’altra società o ad un’altra filiale per scopi diversi. Solo se una persona decide di aderire (si tratta dell’"opt in"), ossia, dà la propria autorizzazione, solo in quel caso potranno tenere traccia dei suoi gusti e delle sue abitudini.

E’ la stessa differenza che c’è tra il giorno e la notte. Scelta è il termine fuorviante che viene utilizzato per nascondere un finto impegno verso una politica della privacy che viene sostenuta attualmente da commercianti, compagnie di assicurazione e banche; viceversa, consenso significa il nostro prezioso potere di dire "sì" che a tutti i costi si vorrebbe negare ai clienti. Nell’accordo raggiunto l’anno scorso dal ministro del tesoro dell’amministrazione Clinton, Larry Summers, con il presidente della lobby dei banchieri al Senato, Phil Gramm, ha vinto ha lobby delle banche: il nostro consenso non è necessario.

E allora, signor Vicepresidente, com’è che nel suo discorso sulla privacy Lei ha parlato di scelta? Sarebbe a favore di norme che impongano alle imprese di ottenere preventivamente il consenso del cliente?

"Insieme ad altri 270 milioni di americani", ha risposto, "uso le parole con minore cura di Bill Safire. E scegliendo la parola "scelta", non mi sono preoccupato di conoscerne i significati più profondi e reconditi — che adesso mi sono assolutamente chiari."

Ciò detto, Gore è passato alle cose serie. "Non credo che sugli utenti di Internet debba ricadere l’onere ingiusto di prendere l’iniziativa di tutelare la propria privacy." Ha poi aggiunto: "Credo che dovrebbero esistere procedure accettate su base comune che li tutelino in modo più o meno automatico, a meno che gli utenti non decidano in modo autonomo di rinunciare alla propria privacy."

Il che vuol dire parlare di consenso, ma l’ho incalzato con una domanda sulla normativa a tutela della privacy finanziaria — un punto sul quale la sua amministrazione si è dimostrata debole. "Posso dirle quello che penso io", ha detto. "Credo che dovremmo avere una tutela assoluta della privacy finanziaria come anche di quella sanitaria. Non penso che il proprio conto bancario e le registrazioni degli assegni staccati e dei beneficiari rispettivi dovrebbero diventare oggetto di commercio." Gore si è appassionato all’argomento. "Penso che le persone dovrebbero avere il diritto di aspettarsi che queste informazioni rimangano private finché esse non rinuncino autonomamente a tale diritto per qualsiasi motivo. E non credo che la legislazione attuale garantisca una tutela sufficiente. E’ questa la risposta alla sua domanda?"

Certo. Gore ha toccato una delle mie corde anche quando ha dichiarato: "Dovrebbe essere vietato rivendere i numeri della Previdenza Sociale. E’ l’informazione fondamentale e più utile nel compilare qualsiasi modello."

Proprio in quel momento il senatore John McCain teneva un’audizione dinanzi alla Commissione per il commercio con l’obiettivo di puntare il dito contro la "profilazione online" — ossia, le tecniche che trasformano gli utenti della Rete in altrettanti bersagli di marketing. Gli spioni del mondo delle imprese all’improvviso promettono di autoregolamentarsi — tutto, pur di non dover chiedere il consenso. La posizione di Gore sul diritto alla privacy è assai chiara. Ora bisogna che qualcuno di noi vada a chiedere a George W. Bush come la pensa.

(Ndr: editoriale di William Safire pubblicato su The New York Times on the Web del 15 giugno 2000)