LA FINE DELLA PRIVACY Ricordate, qualcuno vi tiene sempre sott'occhio. Usate i contanti quando vi è possibile. Non comunicate il numero di telefono, il numero della previdenza sociale o l'indirizzo se non quando assolutamente necessario. Non compilate questionari e non rispondete a chi vuole vendervi prodotti per telefono. Esigete dalle imprese di credito e dalle società di commercializzazione dati di conoscere tutte le informazioni di cui dispongono nei vostri riguardi, di far correggere eventuali errori e di togliere il vostro nominativo da elenchi di destinatari dei prodotti offerti. Controllate spesso la vostra cartella sanitaria. Se sospettate che un ente governativo abbia un fascicolo contenente dati che vi riguardano, chiedete di visionarlo. Bloccate la funzione di identificazione delle chiamate sul vostro telefono, e non fate inserire in elenco il vostro numero. Non usate mai i varchi elettronici per il pagamento di pedaggi stradali. Non lasciate mai acceso il cellulare - i vostri movimenti possono essere ricostruiti. Non utilizzate carte di credito o di debito per fare acquisti presso supermercati. Se dovete servirvi di Internet, cifrate la posta elettronica, rifiutate tutti i "cookies" e non indicate mai il vostro vero nome nel registrarvi presso i vari siti Web. Meglio ancora, usate il computer di qualcun altro. Nelle ore di lavoro, partite dal presupposto che tutte le chiamate, i messaggi nelle caselle vocali, la posta elettronica e l'uso del computer vengono continuamente monitorati. Sembrano le elucubrazioni paranoiche di Unabomber, ma in effetti si tratta dei consigli offerti dai più zelanti fra gli attuali sostenitori della privacy. In un mondo sempre più cablato, ciascuno di noi crea di continuo informazioni che lo riguardano e che vengono registrate e spesso vendute o associate ad informazioni provenienti da altre fonti. L'obiettivo dei difensori della privacy non è eccessivo; chi decidesse di adottare le precauzioni indicate non farebbe altro che cercare di garantirsi un livello di riservatezza di cui tutti godevano fino a 20 anni fa. Eppure un comportamento del genere oggi sembrerebbe davvero rasentare l'ossessione paranoica. E' un segno della rapidità con cui le cose sono cambiate. Tentare di ripristinare il livello di riservatezza diffuso a tutti i livelli negli anni '70 è come inseguire una chimera. Lo sviluppo delle tecnologie informatiche procede in modo talmente spedito che è difficile prevederne le applicazioni future. Ci sono però alcune linee di tendenza già oggi nettissime. Il volume di dati personali registrati continuerà a crescere in modo esponenziale; le controversie in materia di riservatezza si faranno più aspre, e si intensificheranno i tentativi di porre un freno alla società della sorveglianza attraverso nuove disposizioni di legge. I consumatori dovranno affrontare costi maggiori per i servizi che garantiscono il rispetto della loro riservatezza, e le tecnologie di protezione della riservatezza avranno sempre più mercato. Continuamente sotto osservazione Ma ci arrischiamo a fare una previsione: tutti questi sforzi per respingere la marea montante delle interferenze elettroniche nella vita privata sono destinati al fallimento. Può darsi che garantiscano una breve pausa di sollievo a chi è seriamente intenzionato a tutelare se stesso, costi quel che costi. Ma di qui a 20 anni la maggioranza della gente scoprirà che la riservatezza che oggi diamo per scontata sarà altrettanto difficile da raggiungere del livello di privacy esistente negli anni '70. Alcuni faranno gli indifferenti dicendo "Chi se ne importa? Non ho niente da nascondere"; molti altri saranno però turbati dall'idea che gran parte dei propri comportamenti lascia una traccia permanente e facilmente ricostruibile. Bisognerà partire dal presupposto puro e semplice che la privacy non esiste più. Si tratterà di uno dei maggiori mutamenti sociali dell'epoca moderna. Il destino della privacy è segnato per lo stesso motivo che ha portato alla sua rapida erosione nel corso dell'ultimo ventennio. Messi davanti alla prospettiva della sua scomparsa, molti potrebbero trovare preferibile la rinuncia agli enormi benefici che promette la nuova economia dell'informazione. Di fatto, non ci sarà però la possibilità di scegliere. Ciascun beneficio conseguibile - strade più sicure, minori costi di comunicazione, maggiori opportunità di divertimento, servizi pubblici migliori, esercizi commerciali più comodamente raggiungibili, disponibilità di una gamma più ampia di prodotti - sembrerà valere la perdita di un altro pezzetto dei propri dati personali. La privacy è un valore residuale, difficile da definire o tutelare in astratto. L'effetto complessivo di questi baratti - ognuno dei quali esercita di per sé un potere di attrazione - sarà la fine della privacy. Per un motivo analogo, i tentativi di proteggere la privacy attraverso nuove disposizioni di legge sono destinati al fallimento - come già è avvenuto in passato. La direttiva sulla protezione dei dati approvata dall'Unione europea, che ne costituisce l'esempio recente più significativo, attribuisce ai singoli un potere di controllo sui propri dati personali che non ha precedenti. Potrebbe essere uno strumento di tutela rispetto alle violazioni più eclatanti della privacy, ma c'è da dubitare della possibilità effettiva di applicarne le disposizioni se saranno in troppi a tentare di farvi ricorso. Già oggi gli europei fanno capire di non avere intenzione di applicare le rigide disposizioni della direttiva per quanto riguarda gli USA, dove vigono forme meno rigorose di tutela. Regolamentare la proliferazione di database e il fiorente commercio di dati non sarebbe soltanto costoso di per sé: comporterebbe un aggravio enorme per l'intera economia. Inoltre, questa legislazione si basa su un principio del tutto nuovo: quello per cui le persone hanno un diritto proprietario sulle informazioni che le riguardano. Un'applicazione estesa di tale diritto ne farebbe un elemento ostativo alla creazione di una società aperta; esso finirebbe per costituire una minaccia non solo per il commercio, ma anche per la libertà di stampa e per gran parte delle attività politiche - per non parlare delle normali conversazioni. E' più probabile che la nuova normativa verrà utilizzata non tanto per ostacolare la registrazione e la raccolta di dati, quanto per individuare chi usa queste informazioni per scopi impropri. Per fortuna, la stessa tecnologia che sta distruggendo la privacy rende più facile anche individuare gli spioni, scoprire le truffe, perseguire i criminali e chiedere conto allo Stato dei comportamenti adottati. In ultima analisi tutto ciò potrebbe certo implicare meno privacy - ma anche più sicurezza per chi rispetta la legge. Quali che saranno i nuovi mezzi giuridici di tutela, la scelta di non partecipare alla raccolta delle informazioni non può che divenire sempre più difficile e meno appetibile. Se la maggioranza delle strade in città saranno tenute sotto controllo da videocamere intelligenti in grado di identificare i criminali, chi mai vorrà abitare in una strada che ne è priva? Se la maggioranza di noi si porterà dietro l'anamnesi medica su un tesserino di plastica che i servizi di pronto soccorso finiranno per trovare indispensabile, il rifiuto di portare con sé questo tesserino potrebbe avere conseguenze letali. Per avere un assaggio del mondo che verrà, provate a noleggiare un'automobile o a prenotare una camera in un hotel di alto livello senza usare la carta di credito. In un certo senso, il futuro sarà forse uguale al passato, quando pochi, tranne i ricchi, potevano permettersi il lusso della privacy. Per le generazioni precedenti, la fuga dall'ambiente claustrofobico del paese, in cui tutti sanno tutto di tutti, verso il relativo anonimato della città ha rappresentato uno degli aspetti più liberatori della vita moderna. Ma l'era dell'anonimato urbano già sembra un semplice intermezzo storico. C'è però una differenza fra il passato ed il futuro: nel paese, tutti che sapevano tutto di tutti. In futuro nessuno potrà sapere con certezza chi è a conoscenza di fatti che lo riguardano. Tutto ciò sarà poco piacevole, ma probabilmente il consiglio migliore che si può dare è quello di farci l'abitudine. (Ndr: prima parte di un'inchiesta pubblicata sull' Economist del 1° maggio 1999) |