Lalibi della privacy danneggia i giovani di È una legge giusta quella sulla tutela dei dati personali. Non altrettanto giusta ci sembra linterpretazione che ne danno taluni funzionari pubblici, che lhanno assunta come lultima trincea a difesa dellimpenetrabilità delle Amministrazioni che dirigono. Accade, in conseguenza, che una normativa, nata per proteggere gli individui dallaggressività commerciale, dalle indiscrezioni propalate senza alcun rispetto di vivi e di morti, dalla raccolta, catalogazione, manipolazione e controllo di informazioni su ciascuno, sia invocata anche in situazioni in cui la circolazione di notizie personali potrebbe risultare utile e auspicabile. Tale sarebbe per chi, terminato un percorso scolastico o formativo, si avvicina al mercato del lavoro e ha un fortissimo interesse a dar notizia della sua esistenza e della sua disponibilità allimpiego a una platea più ampia possibile di potenziali interlocutori. Chi ha i mezzi per farlo e trova il modo di disporre di liste di aziende, uffici, studi, enti investe somme anche considerevoli per inviare curricula a destra e a manca. Chi non ha alcune centinaia di migliaia di lire da spendere e non ha la possibilità di individuare destinatari credibili resta nellombra, in una disperante condizione dimpotenza. Ben diversa sarebbe la situazione, se scuole di ogni ordine e grado, facoltà universitarie, istituti professionali mettessero a disposizione i loro elenchi di diplomati non del primo che passa per strada, ma dei soggetti privati abilitati allintermediazione di manodopera (le società di fornitura di lavoro temporaneo e le società per il collocamento privato), la cui legittimazione alla funzione esclusiva di avvicinamento tra domanda e offerta di lavoro dovrebbe rappresentare titolo e garanzia per la messa a disposizione dei dati in possesso di chi censisce e qualifica le risorse umane. Il ministero del Lavoro, in forza di un decreto legislativo, ha reso accessibili gli elenchi di disoccupati stilati dalle Circoscrizioni per limpiego; la loro compilazione grossolana e antiquata ne riduce in larga misura la fruibilità, resta il fatto che forniscono almeno una prima traccia per la ricerca di persone in carne e ossa da candidare a un impiego. Altri settori della Pubblica amministrazione continuano a tener serrate porte, finestre e registri in nome della tutela della privacy. In buona sostanza, soprattutto il sistema scolastico a tutti i livelli, aprendo gli archivi, renderebbe un servizio ai suoi allievi, non li abbandonerebbe al loro destino, una volta consegnato il diploma che attesta la conclusione di un ciclo formativo. Così non accade; anzi, quando si segnala a un istituto lesigenza di disporre di liste di neodiplomati per offrir loro delle opportunità dimpiego, immancabilmente ci si sente rispondere che la legge sulla tutela dei dati personali non consente di soddisfare la richiesta. Qualche preside o direttore di istituto si sbilancia, "rischia", a suo dire, e segretamente un po di nominativi li fornisce; altri si chiudono nel più rigoroso riserbo. Altri non sono neanche disponibili a inviare a loro nome e a spese del richiedente una comunicazione agli interessati, perché una tale attività non rientra nei compiti distituto. La conclusione è inevitabile: il processo di incontro tra domanda e offerta di lavoro è di fatto bloccato. È affidato allintraprendenza e alle possibilità personali, agli annunci a pagamento sui giornali, a meritevoli, ma poco seguite trasmissioni televisive e radiofoniche, al passa parola. (Ndr: ripreso da Il Sole 24 Ore-Lavoro& Carriere di Lunedi 18 ottobre 1999) |