Marco Maglio (Avvocato - Presidente della Commissione per la legislazione el'autodisciplina di AIDiM) Penelope e Narciso incarnano, con la concretezzadel Mito classico, due attitudini connaturate all'agire umano:la strategia dell'attesa ed il gusto dell'autocompiacimento. Traquesti due poli di attrazione sembra agitarsi il dibattito chesta alimentando il Mito moderno della privacy. Eppure nuove prospettiveemergono all'orizzonte, per chi voglia davvero riflettere sullaessenza del problema che dietro le forme giuridiche si manifesta. Per questo è importante diffondere una nuova"cultura del rispetto" che eviti di trasformare la nuovalegge italiana sulla tutela della riservatezza in un'altra occasionemancata. Il traguardo posto al termine di questo cammino èl'individuazione di un corretto equilibrio nell'ineludibile rapportotra individuo e collettività. Per un curioso paradosso, il problema della privacyda qualche tempo è posto sotto le luci della ribalta. E'sconfortante osservare che nel dibattito attualmente in corsonel nostro paese su questo tema, a parte gli interventi del Garanteper la tutela dei dati personali, sempre esemplari per la chiarezzaed ineccepibili per i contenuti, in generale prevalgono gli interessidi bottega e uno sterile spirito polemico verso la legge sullatutela della riservatezza che il Parlamento ha recentemente approvato:un redivivo Ennio Flaiano concluderebbe, sconsolato, dicendo:"Ho poche idee, ma confuse". Ma a saper andare alla radice delle cose, il problemadella tutela della riservatezza si identifica con la fondamentalequestione del rapporto tra l'individuo e la collettività:dal diritto ad essere lasciati soli, alla pretesa di stabilirese, come e quando far circolare le informazioni che ci riguardano.E per argomenti come questo, è il caso di dirlo, ciòche potrebbe apparire solo giuridico si trasfigura e il dirittosi "intinge" nella politica. Anche per questo motivo il vero obiettivo delle nuovenorme sulla "tutela della privacy" è la diffusionedella cultura della riservatezza e del rispetto; quindi, èessenziale che al di là delle regole si affermi lo spiritodella nuova legge. Ma che cosa vuol dire, concretamente, cultura delrispetto? Il criterio fondamentale che ispira questa concezionedel mondo è che ogni soggetto ha il diritto di esercitareun controllo sui dati che lo descrivono come individuo e lo distinguonoda tutti gli altri consociati: tuttavia l'effettività ditale principio è compromessa se l'interessato non ha ricevutotutte le informazioni necessarie per esercitare consapevolmentequel controllo. Solo colui che sa può orientare consapevolmentele sue manifestazioni di volontà. Per dirla con un mottofondamentale nelle società veramente democratiche: "conoscereper deliberare". LA CULTURA DELLA RISERVATEZZA E DEL RISPETTO Per dare un senso compiuto alla cultura della riservatezza,è indispensabile avvicinarsi a questo problema con un approccioconcreto, avendo cura di comprendere la rilevanza del rapportoche intercorre tra la vita quotidiana delle persone e la potenzialeviolazione della riservatezza per trattamento abusivo dei datipersonali di un soggetto. A questo proposito qualcuno ha affermato,aprendo nuovi orizzonti alla metafisica, che nell'odierna civiltàdei consumi una persona è costituita da tre elementi: corpo,anima e carta di credito. Basta rivolgere lo sguardo ad occidente,verso la nuova frontiera tecnologica, per rendersene conto: negliStati Uniti i grandi "uffici per il credito" che vendonodati a chi fa pubblicità personalizzata, utilizzano sistemion-line basati su enormi calcolatori, dotati di potenti sistemidi gestione dei database. Se, ad esempio, una banca chiede a questiuffici una relazione sul fido per un cliente, la può ottenerein tempo reale. Queste relazioni contenenti nomi, indirizzi, numeridella previdenza sociale e passato creditizio di un soggetto,vengono aggiornate automaticamente ogni mese, ricorrendo comefonti di informazioni a banche, compagnie di carte di credito,dettaglianti e ditte che noleggiano automobili. Se questa èla realtà si può facilmente comprendere che i datipersonali, relativi alle operazioni economiche poste in essereda ogni individuo, costituiscono un patrimonio particolarmenteimportante per chiunque voglia fare un uso anche solo commercialedei dati personali. Anche per questi motivi va apprezzata la scelta coraggiosache ha spinto il nostro Garante per la tutela dei dati personaliad occuparsi, nel suo primo intervento, del delicato rapportobanche-clienti. LA PRIVACY E LA SINDROME DI PENELOPE Certamente i punti interrogativi, legati alla privacysono molti, gli equilibri da raggiungere sono precari e gli interessiin gioco sono assai rilevanti. Il tempo ci dirà molte cose,ma fin d'ora è essenziale che chi ha la responsabilitàdi dare impulso alla cultura della riservatezza nel nostro paesenon sia vittima di quell'attitudine che Penelope elevòa strategia per sopportare l'assedio dei Proci, disfacendo dinotte quello che aveva tessuto di giorno: chiameremo questa condottasindrome di Penelope. Fuor di metafora, è auspicabile che quandoil Garante fissa un principio, questo resti saldamente affermatoe costituisca un filo, magari sottile ma resistente, nell'arazzoche si va lentamente delineando per rappresentare la cultura delrispetto. Perciò le manovre destinate a svuotare quei principio, peggio, per non soggiacere alle norme di legge, accampandol'esistenza di interessi superiori e prevalenti rispetto allatutela del singolo, dovrebbero essere assolutamente sconfessate. Allora cerchiamo dei punti fermi: per fare un esempio,il Garante ha già affermato la rilevanza assoluta del principiodi finalità che trova compiuta espressione nella leggeitaliana sulla tutela della riservatezza: i dati personali possonoessere utilizzati lecitamente a patto che siano utilizzati perfini non incompatibili con quelli per i quali sono stati raccolti. Questo è un elemento da tenere presente se si mira davveroa diffondere il senso del rispetto. Una delle più gravilesioni della riservatezza delle persone nel trattamento dei datipersonali risiede proprio nel potenziale uso distorto dei datialtrui. Il rispetto delle finalità per le quali ildato è stato raccolto rappresenta il fondamento sul qualel'edificio della cultura della riservatezza si deve edificare.D'altra parte, chiediamoci quanto sia lesivo dell'altrui riservatezzal'atto con cui un'organizzazione politica comunica (o, per megliodire, vende) ad una azienda commerciale i dati personali raccoltinella procedura prevista per presentare, ad esempio, una propostareferendaria. Domandiamoci a quale scopo il cittadino che ha aderitoa quell'iniziativa, fornendo i suoi dati personali, ha consentitoche l'organizzazione politica detenesse quelle informazioni: perappoggiare la proposta referendaria o per far vendere quei datiad un'impresa? Non sembri un esempio di fantasia perchépurtroppo, nel nostro paese, è successo anche questo. In conclusione, la prospettiva della "nuovacultura del rispetto" è ricca di interessanti sviluppi:e certamente il Garante per la tutela dei dati personali, se sapràcontrastare con intelligenza e senso di realtà la sindromedi Penelope, offrirà all'individuo ed alla collettivitàun importante strumento di tutela per il libero sviluppo dellapersonalità di ognuno di noi. In ogni caso, anche nella vicenda della tutela dellariservatezza rispetto al trattamento dei dati personali, gli appellialla correttezza intellettuale ed i richiami a saper coglierela vera essenza dei rapporti giuridici hanno come fine ultimola realizzazione di una riforma sistematica che contribuisca adavvicinare il nostro paese ai veri traguardi di civiltà. Proprio per questo è quanto mai attuale ciòche, più di trent'anni fa, è stato osservato daStefano Rodotà a proposito della valenza intimamente politicadella scienza giuridica: "nessuna rivoluzione sociale puòveramente compiersi senza la consapevolezza degli strumenti giuridiciche impiega e soltanto l'ignoranza o il cinico abbandono possonofar ritenere che nei nostri tempi, al diritto sia riservata soltantouna oscura ed indifferente funzione tecnica". Pertanto l'affermarsi della cosiddetta societàdell'informazione, con le tante questioni che propone a chi vogliariflettere, lancia anche una concreta sfida, prima di tutto, ailegislatori ed ai giuristi ed alla loro capacità razionaledi definire un nuovo ordine di rapporti sociali in un equilibratoordinamento di norme. E' una sfida senz'altro sostenibile: a patto di nonessere vittime della sindrome di Penelope. IL MITO DELLA PRIVACY E LA TUTELA DEL SEGRETO TRAOPACITA' E TRASPARENZA SOCIALE Ma c'è dell'altro. Infatti "ci sono piùcose in cielo ed in terra di quante non ne immagini la tua filosofia,Orazio,". Con queste parole, che Shakespeare fa pronunciaread Amleto per sollecitare una visione meno schematica della realtà,potremmo invitare alla riflessione gli odierni cantori del recentemito della privacy, diffusosi con sorprendente celeritànel nostro paese. Complici la legge per la tutela dei dati personali,approvata dal Parlamento alla fine del 1996, e alcuni fatti dicronaca più o meno scioccanti, anche in Italia si sta facendostrada un dibattito, che altre culture hanno già compiuto,sul cosiddetto diritto alla riservatezza. E' stato più volte sostenuto che il vero problemache la privacy pone non è tanto l'individuazione del confineoltre il quale ognuno di noi ha diritto ad essere lasciato solo,quanto la definizione del corretto rapporto tra l'individuo ela collettività: solo se si tiene presente che i protagonistidi questa partita sono proprio le persone, come soggetti dotatidi dignità e di capacità di autodeterminarsi, sipuò giungere a soluzioni adeguate in grado di durare nonostanteil trascorrere del tempo e delle emozioni. Ma, come osservavamo, ci sono più cose nellarealtà quotidiana che nelle nostre flebili capacitàimmaginative. Così, quando si parla di privacy si èportati a semplificare i termini del discorso e ad identificareil nodo della questione con il diritto di cronaca e la tuteladell'immagine e della dignità delle persone. In realtà i problemi che si agitano dietrole formule giuridiche non sono mai scolpiti nel marmo ma assumonoforme mutevoli e si ricoprono di toni cangianti. Oggi il dirittoalla riservatezza, adeguandosi alle nuove esigenze di una societàsempre più dinamica e capace di far circolare informazionicon straordinaria velocità , trova il suo fertile terrenodi coltura nel diritto ad esercitare un controllo sui dati personali;cioè a stabilire se , come e quando le informazioni checi riguardano possono essere raccolte e messe a disposizione deglialtri. Se questo è il lato oscuro del diritto allariservatezza, così raramente esaminato dai partecipantial dibattito sulla privacy, c'è un ulteriore aspetto chemerita di essere messo in luce. E' noto che la nuova legge per la tutela dei datipersonali è stata accolta con sospetti e mugugni da buonaparte del mondo imprenditoriale e periodicamente si alzano vociche ne chiedono, con argomentazioni spesso discutibili, la modificae la ridefinizione. Si sostiene solitamente che questa legge "blocca"le attività economiche, costringendo gli operatori a fastidiosiadempimenti burocratici Ma c'è un aspetto macroscopico che pure nonè mai stato sollevato dalle aziende e dagli operatori economici:la legge italiana, a differenza di quanto prevedono le analoghediscipline straniere e la direttiva comunitaria per la tuteladei dati personali, prevede che possano essere tutelati anchei dati personali appartenenti alle persone giuridiche. L'immediata conseguenza è che, in linea teorica,una società che ritenesse di aver subito un trattamentonon autorizzato dei propri dati personali o, comunque, una fugadi notizie relative alla sua organizzazione interna, potrebbelegittimamente rivolgersi ai suoi concorrenti per sapere qualiinformazioni detengano sul proprio conto. In caso di mancata risposta,per l'imprenditore che si ritiene spiato si aprirebbero le portedell'ufficio del Garante per la protezione dei dati personalio del Tribunale. Quindi, ampie e diversificate forme di tutelasi offrirebbero al soggetto che ha subito un trattamento non autorizzatodi dati personali. Lo spionaggio industriale, si sa, non arricchiscesolo le trame delle spy stories e dei film di successo, ma costituisceun cospicuo strumento di guadagno per alcuni dipendenti disinvoltie non proprio rispettosi dell'obbligo di fedeltà versoil loro datore di lavoro. Questa è una realtà assaidiffusa e basterebbe guardare l'impressionante numero di prodotti"gemelli" che si affollano sul mercato per concludereche le coincidenze non sono poi così casuali Eppure nessun imprenditore solleva questo problemae , soprattutto nessuno ha finora pensato di avvalersi di questopotentissimo strumento per porre fine ad una grave minaccia peri segreti aziendali. Come mai ? Scarsa fantasia da parte delle aziende, direbbe Amleto.Ma con buona pace del Principe di Danimarca, crediamo maliziosamenteche le vere ragioni risiedano altrove. Dubitare, si sa, non favorisce la serenitàesistenziale ma spesso ci avvicina alla verità. Così, compiendo un esercizio apparentementedietrologico, possiamo immaginare che nessuna azienda si èfinora avvalsa della potente arma che la nuova legge le offreper tutelare i segreti aziendali solo perché una aggressionedi questo tipo provocherebbe una reazione uguale e contraria daparte del concorrente aggredito ed i risultati sarebbero probabilmentedistruttivi per l'intero mercato. Insomma, rispolverando un'espressioneche ha ben descritto le ragioni della pace nel periodo della cosiddettaguerra fredda, l'equilibrio del terrore impedirà l'esplosionedi queste testate nucleari nel mercato della libera ( e talvoltadisinvolta) concorrenza. L'AUTODISCIPLINA E LA SINDROME DI NARCISO Attraverso questa riflessione possiamo cogliere,riteniamo, una verità nascosta sul conto della tutela dellariservatezza. Non sempre l'apparato sanzionatorio previsto da unalegge garantisce la reale protezione degli interessi tutelati.Talvolta è necessario ricorrere a strumenti alternativirispetto ai classici meccanismi predisposti dal legislatore. Occorresaper modulare le misure sanzionatorie in modo da consentire unapiena ed effettiva tutela degli interessi in gioco L'autodisciplina può essere un aiuto per scioglierequesto nodo gordiano: proporre la deontologia degli operatoridel mercato come strumento per bilanciare equamente gli interessiapparentemente in conflitto offre un contributo nuovo al dibattitoche sta accompagnando, nel nostro paese, la fase di prima applicazionedella legge per la tutela dei dati personali. Anche in questo campo la strada maestra ètracciata dalla normativa comunitaria che indica nei codici dicondotta un utile meccanismo per la gestione di questa materia. Appare evidente che un codice di autodisciplina,adottato sotto l'egida delle associazioni di settore rappresentala nuova frontiera per la reale protezione della riservatezza.Questo strumento di autonomia, per le sue caratteristiche di flessibilità,trasparenza, adeguatezza e certezza, anche sotto il profilo sanzionatorio,si potrebbe ben adattare alle specifiche esigenze degli attoridi questa vicenda i quali, soffocati da un copione legislativotroppo vincolante, rischiano di essere schiacciati sotto il pesodei divieti. Non a caso le principali associazioni di diversecategorie di operatori economici e di liberi professionisti sisono proposte l'obiettivo prioritario di aggiornare ed adeguarealla nuova normativa il proprio Codice di autodisciplina. E' spiacevole osservare, però, che di autodisciplinae privacy si parli solo citando l'ipotesi del codice di deontologiadei giornalisti, che la legge ha imposto di realizzare entro brevetermine. Per le altre categorie professionali, invece, si agitala clava della legge con sorprendente facilità ed i codicidi autodisciplina vengono sviliti a poco più di un elencodi buoni propositi, che sembra ricordare le letterine che i bambiniscrivono per evitare punizioni o per ottenere regali. Con una punta di spirito polemico chiediamo: cosasi può pensare a proposito di un codice deontologico impostoper legge (una bella contraddizione in termini, non c'èche dire)? Pensiamo che per rispondere possa essere sufficientericordare quanto osservava, icasticamente, a questo propositoil decano dei giornalisti italiani: sarebbe come chiedere alleiene di mangiare con la forchetta! In realtà, a voler mantenere la mente lucida,va ricordato che i codici deontologici dovrebbero essere guardaticon attenzione ma non con pregiudiziale favore. Come ha osservatoGuido Alpa essi vanno considerati nella sostanza, oltre che nellaforma, nelle loro finalità espresse ed in quelle inespresse,nella loro efficacia concreta, nella loro conformità aivalori che sorreggono la comunità, piuttosto che non nelladifesa di interessi di categoria e corporativi. E questo valeanche per le tecniche di soluzione stragiudiziale delle controversie. Insomma i codici di autodisciplina, se vogliono davveroessere la nuova frontiera della privacy devono nascere come strumentodi diffusione della cultura della riservatezza all'interno dellevarie categorie professionali. In caso contrario essi si ritroverannoad essere nulla più che specchi incantatori nei quali ivari gruppi si contempleranno come novelli Narcisi, compiacendosidella loro bellezza ed annullando il confronto con la realtàcircostante. E sarebbe davvero triste dover constatare che lacapacità dei privati di darsi regole oltre il potere dellostato si sia trasformata da simbolo di libertà a veicolodi sopraffazione e di autoinganno. E forse vale la pena ricordare ai più sbadatiche, secondo la leggenda, Narciso, rimirando la sua immagine riflessanello stagno, si innamorò della sua stessa perfezione e,divenuto insensibile nei confronti del mondo circostante, si lasciòmorire. Così, ancora una volta, il mito classico puòoffrire all'uomo contemporaneo ampi spunti di riflessione peruna vita migliore. Milano, gennaio 1998 |