Italia, scusate il ritardoIl gap accumulato nello sviluppo di Internet può essere recuperato. Ma solo con una strategia e una MANOVRA di incentivazione MIRATA alle imprese che vanno in retedi Le condizioni di base che identificano i servizi di commercio elettronico su Internet sono:
Sulla base di queste funzioni, siamo in presenza di una vera e propria attività di commercio elettronico quando le attività di promozione e vendita su Internet avvengono tramite servizi web accessibili a tutti gli utenti della Rete, dove i beni e i servizi offerti e venduti sono ordinabili on-line e sono acquistabili sia con modalità di pagamento on-line (es. carta di credito), che con modalità off-line (es. con contrassegno, bonifico, c/c postale). Questa definizione include quindi tutto il comparto business to consumer e parte del comparto business to business. Ma qual è lo scenario nazionale del commercio elettronico? Le imprese italiane evidenziano una buona propensione ad utilizzare Internet come vetrina: 50 mila web nel 1999 (1,7% del totale imprese), 143 mila nel 2000 (4,3%) e 410 mila nel 2003 (12,4%), ma molto meno a trasformare i loro siti in strumenti di commercio elettronico. Infatti
Esistono però fattori di freno. Anzitutto le aziende sono poco reattive ai processi di innovazione nelle aree di marketing e commerciali (Internet come opportunità di nuovi mercati) e non hanno ancora concrete motivazioni a tentare nuove soluzioni (Internet come minaccia). Poi le problematiche di installazione/avvio della nuova attività sono complesse, le società di servizi (offerta di piattaforme) poco incisive, gli aspetti di logistica/delivery frustanti. Infine il quadro regolatorio, con i problemi di sicurezza legati ai pagamenti, è ancora confuso. Per quanto riguarda le previsioni di sviluppo, secondo l'Ocse il commercio elettronico avrà a livello mondiale la seguente evoluzione:
Per stimare il ritardo italiano abbiamo utilizzato il medesimo gap evidenziato dall'incidenza della spesa in information tecnology (fonte Eito): Usa 4,53%, Europa 2,34% e Italia 1,45%, dove la spesa di famiglie e aziende tramite commercio elettronico sarebbe quindi nel 2003 pari all'1,5% del Pil (32.600 miliardi di lire). Il ritardo italiano trova conferma nelle previsioni condivise sullo sviluppo di siti italiani di commercio elettronico: 600 nel '99 con un valore medio transato di 0,4 miliardi, che sale a 0,8 miliardi medi nel 2000 con 1.300 siti e a 1,2 miliardi nel 2001 con 2.400 siti. Nel 2002 si prevedono invece 1,6 miliardi di transazioni medie effettuate da 3.800 siti, e 2 miliardi in media nel 2003 con ben 5.300 siti. Il valore complessivo delle vendite elettroniche delle aziende italiane sarà quindi di circa 11 mila miliardi nel 2003. Ipotizzando una quota di export sul transato pari al 20% (allineata alla quota dell'export nazionale), si può prevedere che nel 2003 ci saranno circa 24 mila miliardi di fatturato esposto alla concorrenza internazionale. I COSTI L'azienda che intende sviluppare un'attività di commercio elettronico deve sostenere, nella maggior parte dei casi, per la fase di avviamento (1 anno), alcuni costi fissi che possono essere così ripartiti: hardware e software standard 5%, sviluppo web 15%, accesso a piattaforma e personalizzazione 15%, housing/hosting e connettività 5%, gestione del servizio (tempo uomo incluso) 20%, customer care (tempo uomo incluso) 20%, promozione su Internet 20%. Escluse le imprese top, si può prevedere una spesa che va dai 60 ai 400-500 milioni. Nell'espletamento delle attività on line l'azienda dovrà inoltre sostenere anche costi variabili (correlati al numero di ordini ricevuti) relativi a transazioni finanziarie (3-5% del fatturato), spese di delivery/logistica e di riorganizzazione aziendale. UN RITARDO DA RECUPERARE Una manovra che intenda contribuire a riequilibrare la futura bilancia commerciale del commercio elettronico dovrebbe puntare a:
E' poi importante prevedere il finanziamento di una parte significativa (40%) dei costi fissi di avviamento del primo anno sotto forma di credito d'imposta e degli ulteriori investimenti di upgrading del secondo anno in funzione degli obiettivi raggiunti. Dati i tempi non brevi di avviamento delle attività commerciali on line, solo iniziando ora si possono attendere risultati nel periodo successivo Se è quindi essenziale la tempestività di intervento lo sono altresì lo stabilire un arco temporale triennale e l'elasticità e modularità di intervento. Lo sviluppo del commercio elettronico è monitorabile (in particolare dall'osservatorio del Ministero dell'Industria) e quindi sono possibili variazioni in corso d'opera. Possono essere oggetto di finanziamento le spese di avviamento alle voci:
Sono escluse le spese variabili per servizi di pagamento on line e delivery. In caso di accesso a servizi esterni per le voci incluse nel piano le spese relative saranno anch'esse oggetto di finanziamento. Ipotizzando un tasso di successo del 50%, un incentivo iniziale (per il primo anno) dell'ordine del 40% su tutte le attività di avviamento, sotto forma di credito d'imposta, e un incentivo ulteriore (per il secondo anno) subordinato alla realizzazione di determinati obiettivi, dell'ordine del 40% solo sulle spese di upgrading e promozione (sempre credito d'imposta), sono due le ipotesi di applicazione:
Si tratta quindi di costi che possono essere considerati del tutto ragionevoli per la finanza pubblica, e che potrebbero dare un impulso decisivo ad un settore strategico per l'economia italiana. (Ndr: ripreso dalla rivista bimestrale "Bancaforte" di Settembre-Ottobre 1999) |