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Bambini profilati su YouTube, in arrivo multa milionaria per Google

Secondo le fonti del Washington Post, la Federal Trade Commission (FTC) avrebbe definito con Google l’accordo sulla sanzione pecuniaria che questa dovrà pagare per aver spiato gli utenti più piccoli di YouTube in violazione delle leggi federali statunitensi. La multa – stando alle prime informazioni – dovrebbe essere di entità”multi milionaria” e quindi ben lontana da quella da 5 miliardi di USD recentemente stabilita dalla FTC per Facebook in relazione al caso Cambridge Analytica. E se la sanzione record non dovrebbe creare alcun problema alle finanze del social di Cupertino (Facebook ha segnato ricavi per USD 15,08 miliardi nel solo il primo trimestre 2019), difficilmente un’ammenda largamente inferiore – ammontasse anche a qualche centinario di millioni – scalfirà il colosso di Mountain View la cui holding Alphabet Inc. ha ricavato nel primo quarto del 2019 36,4 miliardi di dollari. Ma non è detto che la questione legale finisca qui e, comunque, è probabile che l’accordo imporrà a Google di rivedere ulteriormente le proprie pratiche commerciali sui minori, in particolare per quanto concerne la pubblicità mirata (parzialmente già emendate negli ultimi mesi).

Conviene ricordare come si è arrivati a questo punto. Nella primavera 2018, oltre 20 associazioni per la difesa dei diritti dell’infanzia, dei consumatori e della privacy avevano chiesto alla Federal Trade Commission di indagare sui servizi di YouTube con riguardo all’utilizzo dei dati personali dei minori percie in releazione alle attività di tracking and targeted advertising.

L’atto d’accusa – qui integralmente consultabile – contestava a YouTube la violazione del Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA) in ragione del fatto che la piattaforma di video-sharing non informa con trasparenza e non richiede consenso preventivo ai genitori dei minori di 13 anni di età per:

  • il trattamento dei loro dati identificativi (nome, localizzazione, dispositivo utilizzato, numero di telefono) e delle loro scelte online;
  • l’invio di pubblicità personalizzate basate sull’analisi delle summenzionate informazioni individuali.

Va precisato un elemento di complessità che connota la vicenda: il COPPA si applica solo a servizi dedicati ai minori di 13 anni (limitazione che, anche alla luce del caso in esame, la FTC intende rivedere quanto prima). YouTube non è presentato come una piattaforma per bambini. Ma di fatto agisce in maniera mirata nei loro confronti, tant’è che l’ecosistema Google – a cui YouTube appartiene – guadagnerebbe sostanziosi introiti pubblicitari grazie alla profilazione degli infanti.

Nell’avviare l’esposto alla FTC, Josh Golin dell’associazione Campaign for a Commercial-Free Childhood criticava: “Per anni, Google ha declinato responsabilità nei confronti di bambini e famiglie, sostenendo in malafede che YouTube – un sito colmo di cartoni animati, filastrocche e pubblicità di giocattoli – non è adatto per bambini sotto i 13 anni.” Jeff Chester del Center for Digital Democracy era dello stesso avviso: “Google ha agito in modo scorretto, affermando falsamente nei suoi termini di servizio che YouTube è destinato solo ai maggiori di 13 anni e calamitando deliberatamente i bambini in un parco giochi fatto di pubblicità.”

Nel momento in cui è stata avviata la contestazione, i termini di servizio di YouTube sostengono che per effettuare il login alla piattaforma bisogna creare un Google account: e per creare l’account bisogna avere almeno 13 anni. Orbene, dando ipoteticamente per assunto che nessun genitore creerebbe un account per conto del proprio pargolo su una piattaforma che si presenta come dedicata agli over 13, il problema è che:

  • per accedere ai video (e, di conseguenza, ricevere pubblicità mirata semplicemente in base a ciò che si è consultato) non è necessario avere un account;
  • comunque sia, un bimbo può accedere con l’account parentale (spesso perché il dispositivo del genitore è già loggato) oppure può crearne uno proprio fingendosi un utente di 13 o più anni senza che il sistema del gigante di Mountatin View ponga in essere forme di controllo preventivo sull’età dell’utente.

E così finisce che i più piccoli sono utenza attiva di YouTube e, quindi, del suo business. Vale la pena, sul punto, fornire qualche dato disponibile al momento in cui furono avviate le indagini. Una ricerca del 2017 di Trendera sull’evoluzione del digital marketing ha stimato che il 45% dei bambini americani di età compresa tra gli 8 e i 12 anni dispone di un account per accedere a YouTube. Alcuni channel tematici di YouTube hanno un successo incredibile. Il canale di video canzoncine animate LittleBabyBoom aveva – nel momento la FTC si attivava sul caso – 14 milioni di account iscritti e oltre 16 miliardi di visualizzazioni.

C’è poi l’incredibile fenomeno delle migliaia video di successo che ritraggono bimbi che scartano regali per decine di minuti consecutivi: video che – chiunque vi abbia fatto incappare un proprio figlio tra i 2 e 5 anni, lo sa – appaiono del tutto insensati agli adulti, ma che hanno un potere magnetico impressionante sui più piccoli (provate a levare loro un tablet mentre sono ipnotizzati davanti ad un coetaneo russo che scarta l’ennesimo uovo con sorpresa… conoscerete l’odio figliale in purezza). Il canale Ryans ToysReview è il più noto tra questi: il piccolo Ryan ora ha 7 anni e da quando ne ha 3 apre regali su YouTube per un totale di – mentre scriviamo – oltre 1.000 video disponibili, 20 milioni di iscritti, 30 miliardi di visualizzazioni… e “guadagna” 11 milioni di dollari l’anno da introiti pubblicitari.

L’effetto di questi filmati sugli utenti più piccoli è noto a tutti: gli infanti entrano in un vortice di video, con il loro ditino cliccano sulla barra laterale per vederne altri suggeriti dall’algoritmo (sempre che non partano con la tembile funzione autoplay, non a caso attiva di default) e che spesso iniziano con pubblicità di prodotti per bimbi (sempre che il video in sé non contenga pubblicità più o meno occulte). Basta che accedano al primo file ed entrano in una sorta di stato di addiction per video concatenati il cui flusso in streaming potrebbe durare all’infinito (grazie anche all’autoplay che in caso di inerzia dell’utente carica il file successivo prescelto dall’algoritmo): in alcuni casi, solo l’esaurimento della batteria del dispositivo porrà fine all’alternanza canzoncine-pubblicità-scartamento regali-pubblicità. Alla fine il bambino sarà quasi catatonico, ma il suo cervello bombardato di input starà già iniziando ad elaborare la prossima letterina (tele-dettata dagli impulsi pubblicitari) per Babbo Natale.

Va precisato che (anche nel momento in cui le indagini furono avviate) Google non fornisce agli advertiser strumenti diretti per targettizzare i messaggi promozionali sugli utenti minori di 18 anni: le aziende e le agenzie pubblicitarie, nell’utilizzare le console dei servizi marketing venduti da Google (AdWords, etc.), non possono selezionare i minorenni come cluster su cui agire con proposte mirate. Ma non sfugge che ci sono molti altri modi (a partire da un eventuale query di ricerca digitata dal minore o dal genitore) per capire che lo spettatore è un bimbo e, quindi, veicolare proposte ad hoc.

Per andare incontro alle crescenti critiche, Google aveva lanciato la app YouTube Kids (disponibile in Italia dal 2018) “per offrire un’alternativa specificamente progettata per i bambini “. Un novità che, al momento, non si è rivelata una svolta (i piccoli continuano ad usare prevalentemente la versione per adulti) e che comunque è già stata oggetto di critiche per le impostazioni di privacy ritenute inadeguate. La vera svolta sarebbe che YouTube Kids divenisse una piattaforma totalmente ad-free e i video per bambini fossero visualizzabili solo su di essa. Ma per Google significherebbe rinunciare ad un ingente gettito pubblicitario: una privazione, al momento, inimmaginabile.

In un mondo interattivo ed interconnesso, i minori rilasciano dati come i grandi e su questi dati è possibile generare business guidando i loro gusti e le loro scelte (e quindi – giusto o sbagliato che sia – condizionando la loro formazione e il loro libero sviluppo). I nostri figli sono profilati da YouTube, da app di successo planetario (si veda la recente sanzione della FTC alla video app di TikTok) e giocano con smart toys che inquadrano e monitorano la loro individualità e i loro comportamenti per finalità di marketing.

L’art.8 del GDPR, la nuova normativa di data protection europea in forza dal 25 maggio 2018, prevede che:

  • per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16 anni, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale.
  • gli Stati membri possono stabilire per legge un’età inferiore a tali fini purché non inferiore ai 13 anni.
  • il titolare del trattamento si adopera in ogni modo ragionevole per verificare in tali casi che il consenso sia prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale sul minore, in considerazione delle tecnologie disponibili.

L’Italia s’è avvalsa della facoltà di stabilire un età inferiore a quella prevista “by default” dal GDPR. Il comma 1 dell’art. 2-quinquies del novellato Codice Privacy ed introdotto dal D.Lgs. 101/2018 dispone: In attuazione dell’articolo 8, paragrafo 1, del Regolamento, il minore che ha compiuto i quattordici anni puo’ esprimere il consenso al trattamento dei propri dati personali in relazione all’offerta diretta di servizi della societa’ dell’informazione. Con riguardo a tali servizi, il trattamento dei dati personali del minore di eta’ inferiore a quattordici anni, fondato sull’articolo 6, paragrafo 1, lettera a), del Regolamento, e’ lecito a condizione che sia prestato da chi esercita la responsabilita’ genitoriale

Una scelta, quella del legislatore italiano, criticata dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza che ha sottolineato come “Diventa di conseguenza opportuno che l’abbassamento dell’età del consenso digitale dai 16 ai 14 anni sia adeguatamente compensato e accompagnato da programmi formativi specifici, rivolti ai minorenni, che ne assicurino una sufficiente consapevolezza digitale ” .

E’ molto probabile che il Garante Privacy italiano comminerà a sua volta una sanzione per le condotte da YouTube verso i minori del nostro paese.

2019-07-22T11:23:29+00:00 22 luglio 2019|Hot topics, Marketing, Minori, Search Engine, Social Media|