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Facebook trasferisce dall’Irlanda agli USA i dati di 1,5 mld di utenti extra UE

Dopo l’esplosione mediatica dello scandalo Cambridge Analyitica, Facebook aveva annunciato l’introduzione di nuove regole per la protezione dei dati, più stringenti ed uguali per tutti. Ora però FB sembra in qualche modo tradire i buoni propositi pubblicamente propugnati nelle ultime settimane: come riportato da Reuters, il board di Menlo Park ha deciso di traferire in massa i dati degli utenti extra UE dai server irlandesi a quelli californiani. Questo significa che le informazioni riguardanti un miliardo e mezzo di latino-americani, asiatici, africani ed australiani, e così via, usciranno completamente dall’ambito di applicazione del GDPR per approdare alle più morbide lande regolamentari destinate agli utenti nord-americani. La scelta è davvero rilevante perché riguarda il 70% degli utenti del social network.

Per intenderci, rimane invariato il proposito di conferire a tutti gli utenti maggiori poteri di decisionali sui propri dati, così come la volontà di istituire controlli più serrati sull’uso dei dati da parte di terze parti. La decisione di traslocare questa ingente mole di dati dalla UE agli USA impatta “solamente” sotto il profilo della legge applicabile in riferimenti a quei server, alla loro sicurezza e ai loro contenuti.

Fino ad oggi FB ha tenuto quei personal data in Irlanda per fruire dei cospicui vantaggi fiscali offerti dal governo di Dublino, ma evidentemente ora la priorità è un’altra: muovere quanto più capitale (di dati) possibile verso gli USA, ossia verso un “paradiso del trattamento” dove il GDPR – con tutti i suoi vincoli e le sue multe salatissime – non può mettere bocca in alcun modo.

Così facendo, FB ammette che sulla sua nave viaggeranno passeggeri di prima classe (gli europei) e di seconda classe (tutti gli altri). Si sperava che i recenti avvenimenti costringessero la compagnia a vincolare, “volontariamente” e senza tanti calcoli di convenienza, la propria piattaforma al pacchetto normativo più stringente possibile (quello europeo), ma evidentemente non è così.

La strategia intrapresa mira a proteggere l’azienda contraendo enormemente il tasso complessivo di esposizione di FB ad una ferrea liability di privacy. Ma è una mossa che, seppur legittima, appare poco lungimirante: nel breve-medio periodo, potrebbero scatenarsi aspre polemiche sulla differenziazione delle tutele realmente garantite agli iscritti, la qual cosa potrebbe finire per produrre un danno reputazionale di non poco conto.

FB e gli altri giganti tecnologici non devono dimenticare che la rapidità con cui sono (tutto sommato, solo pochi anni orsono) giunti all’apice dell’economia globale, può rivelarsi inferiore rispetto alla velocità con la quale può emergere un competitor più smart (che mostra maggior rispetto per i diritti degli individui) a cui miliardi di utenti potrebbero decidere di accordare fiducia e trasferire – in portability, e in men che non si dica – la loro vita digitale.

Nella società iper-connessa e globalizzata, una sola notizia negativa può polverizzare la fiducia che il pubblico ripone verso un brand, fulminei passaparola online possono cambiare un’attitudine di massa… e il passaggio da icona del terzo millennio a rudere del web può essere più breve di quanto si possa immaginare.

2018-04-23T08:29:07+00:00 22 aprile 2018|Hot topics, Social Media|