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Un tuo nudo a Facebook per battere sul tempo il revenge porn

In Australia Facebook sta sviluppando un piano per combattere il revenge porn congiuntamente ad una agenzia governativa.

L’idea richiede un elevato contributo di fiducia e coraggio da parte degli utenti. E vien da dire che se la soluzione fosse impiegata con successo su larga scala (in altri paesi e su molteplici piattaforme) si potrebbero presto dover ridefinire gli attuali confini del comune senso del pudore.

Facebook, nel dispiegare la nuova strategia, lascia trasparire un proprio convincimento: il modo migliore per combattere il revenge porn è anticiparlo.

In estrema sintesi, il sistema funzionerebbe così: chi dovesse covare il sospetto che le proprie immagini potrebbero essere oggetto di uso improprio, dovrebbe inviare i file compromettenti ad un’apposita “task force” di modo che – se qualcuno prova a pubblicarle – un sistema governativo interfacciato con le piattaforme di Facebook riconosca automaticamente il file e ne inibisca la divulgazione online.

Il funzionamento del sistema è stato spiegato dal Capo della Sicurezza del social di Menlo Park con un apposito comunicato in cui si specifica che:

  • l’utente australiano che sospetti una possibile divulgazione di file scottanti dovrebbe compilare un form sul sito del eSafety Commissioner;
  • l’utente dovrebbe, a quel punto, inviare al suo stesso profilo Messenger le immagini che si temono possano essere pubblicate da terzi (ex fidanzati, amanti di una notte, ladri di telefoni o pc, hacker, etc.);
  • l’ eSafety Commissioner notifica a Facebook la richiesta ricevuta dall’utente;
  • a quel punto un addetto (appositamente formato) del team Community Operations di Facebook appone sulle foto indicate un impronta digitale elettronica (invisibile a terzi), procedendo poi ad archiviare il codice di hash senza tuttavia archiviare l’immagine;
  • da quel momento, l’upload della foto sulle piattaforme Facebook risulterà impossibile; e chiunque ci provi riceverà anche una notifica di invito a cancellare la foto dai propri account.

Che la fase di test di questo nuovo progetto parta dall’Australia probabilmente non è un caso. Secondo studi recenti, 1 australiano su 5 nella fascia tra i 16 e i 49 anni di età avrebbe avuto esperienze in cui foto o video di proprie nudità o comportamenti sessuali sono state divulgate a terzi senza il proprio consenso.

Facebook è in grande difficoltà su temi quali sextortion e revenge porn (leggi qui un nostro articolo sul punto). I casi di revenge porn che i moderatori del social per eccellenza devono trattare mensilmente sono all’incirca cinquantamila; una mole di lavoro nonché una responsabilità enorme (e fors’anche un senso di colpa per essere veicolo involontario di gravi forme di violenza privata). Per questo il colosso di Zuckerberg è proattivamente alla ricerca di deterrenti e di soluzioni.

Certo, fa effetto sapere che la soluzione da ultimo testata comporti il fatto che una persona – presumibilmente già in angoscia per la privacy della propria intimità – debba inviare foto o video (che la ritraggono in atteggiamenti sessualmente espliciti) ad una partnership composta da un’entità governativa e il più grande social network al mondo.

Ma se questo è il prezzo da pagare per evitare che accadano tragedie, può darsi che la cosa funzioni e prenda piede.

Anche l’Italia è scossa dal fenomeno che sta diventando una piaga sociale. I più giovani sono parecchio inclini al sexting (invio di messaggi e foto a sfondo sessuale) e non si rendono conto che alla lunga sarà molto probabile che questi file escano dal “perimetro” del destinatario iniziale.

Solo questo mese si sono registrati due casi piuttosto eclatanti. A Modena le foto di 63 liceali nude o intente in atti espliciti – foto che dovevano rimanere tra amiche a fini ludici – hanno incominciato a girare pericolosamente sui vari social (leggi qui dal Corriere). In Sardegna, una ragazza di 22 si è tolta la vita perché ricattata da tre “amici” entrati in possesso di un suo video hard privato (leggi qui da Repubblica).

Evidentemente stiamo affidando la nostra sessualità ai sistemi di comunicazione elettronica. Gli stessi sistemi ora chiedono di aiutarli a tutelarci fornendo loro altro materiale scottante (che sinceramente non abbiamo certezza sapranno custodire al riparo da cyberattacchi).

A nostro modesto avviso sarebbe opportuno valutare anche altre strade, magari più semplici e senza che l’utente debba cedere un pezzo di sé in cambio.

In fondo se tutti noi siamo ormai abituati a “sorbirci” un banner che avvisa della presenza di cookie in un sito web, sarebbe così assurdo ipotizzare che (ad esempio, due giorni al mese) ad ogni singolo avvio di social o di instant messaging un avviso ricordasse – specie ai più giovani – che postare una foto compromettente é PER SEMPRE?

 

2017-11-27T23:31:29+00:00 27 novembre 2017|Hot topics, Security & Cybercrime, Social Media|