26a Conferenza Internazionale sulla Privacy e sulla Protezione dei Dati Personali
Wroclaw (PL), 14, 15, 16 settembre 2004

Privacy, libertà, dignità

Stefano Rodotà

Discorso conclusivo della Conferenza internazionale sulla protezione dei dati

Noi pensiamo di discutere soltanto di protezione dei dati, ma in realtà ci occupiamo del destino delle nostre società, del loro presente e soprattutto del loro futuro. Abbiamo cominciato questa conferenza discutendo di sicurezza interna e internazionale, poi abbiamo rivolto la nostra attenzione al funzionamento del mercato ed all'organizzazione dell'impresa, al sistema dei media ed ai problemi della globalizzazione, al rapporto tra tecnologie e politica ed al modo in cui i cittadini fanno i conti con il loro passato. L'intero orizzonte dei temi di questi tempi difficili è davanti a noi. Emerge un legame profondo tra libertà, dignità e privacy, che ci impone di guardare a quest'ultima al di là della sua storica definizione come diritto ad essere lasciato solo.

Senza una forte tutela delle informazioni che le riguardano, le persone rischiano sempre di più d'essere discriminate per le loro opinioni, credenze religiose, condizioni di salute: la privacy si presenta così come un elemento fondamentale dalla società dell'eguaglianza. Senza una forte tutela dei dati riguardanti le convinzioni politiche o l'appartenenza a partiti, sindacati, associazioni, i cittadini rischiano d'essere esclusi dai processi democratici: così la privacy diventa una condizione essenziale per essere inclusi nella società della partecipazione. Senza una forte tutela del "corpo elettronico", dell'insieme delle informazioni raccolte sul nostro conto, la stessa libertà personale è in pericolo diventa così evidente che: la privacy è uno strumento necessario per difendere la società della libertà , e per opporsi alle spinte verso la costruzione di una società della sorveglianza, della classificazione, della selezione sociale..

Anche nella lotta al terrorismo non bisogna mai perdere la memoria di quel che è avvenuto nei regimi totalitari, dove violazioni profonde dei diritti fondamentali sono state possibili proprio grazie a massicce raccolte di informazioni che hanno consentito un controllo continuo, capillare e oppressivo della stessa vita quotidiana: la privacy si specifica così come una componente ineliminabile della società della dignità : parola, questa, scritta all'inizio della Costituzione tedesca proprio come reazione alla logica nazista e che, oggi, apre la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Ma il titolo di questa conferenza ci ha soprattutto proposto una associazione assai impegnativa, quella tra privacy e dignità. Ci obbliga così a considerare tutti i problemi specifici in un contesto caratterizzato dalla preminenza della persona e dei suoi valori, della sua libertà e autonomia.

Questa non è una forzatura. Già a metà dell'Ottocento uno scrittore, Robert Kerr, descriveva la società dell'Inghilterra vittoriana parlando di un "diritto ad essere lasciato solo", quarant'anni prima del saggio famoso di Warren e Brandeis; e analizzava il significato della privacy, individuando la sua caratteristica essenziale nel "rispetto reciproco e l'intimità". Centocinquant'anni dopo quel libro, la parola "respect" mantiene tutta la sua forza simbolica, tanto da dare il titolo all'ultimo saggio di un sociologo assai noto come Richard Sennett.

Questi due termini, intimità e rispetto, consentono di avvicinarsi al tema della dignità cogliendone le complesse sfaccettature. L'intimità ci parla di qualcosa di inviolabile e di inalienabile. Il rispetto ci parla del rapporto di ciascuno con tutti gli altri. La dignità congiunge questi due dati, uno individuale ed uno sociale, e contribuisce a definire la posizione di ciascuno nella società.

Questa impostazione non è estranea alla materia della protezione dei dati. Nel notissimo Census Act Case tedesco si sottolineava proprio che "al centro del sistema costituzionale sta il valore della dignità della persona, che deve poter agire autonomamente come componente di una società libera". Si potrebbe osservare che questa conclusione è stata resa possibile dal fatto che il Grundgesetz tedesco fa un esplicito riferimento alla dignità già nel suo primo articolo. Ma questo argomento appare ormai superato: ad esempio, l'art. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (ora seconda parte del Trattato costituzionale) afferma che "la dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata".

Questo articolo non è soltanto la riproduzione del modello tedesco. In esso si riflette una complessa evoluzione che in questi ultimi anni ha caratterizzato il diritto di molti paesi, dove il riferimento alla dignità ha assunto rilevanza crescente, riprendendo le chiare indicazioni contenute nel Preambolo e nell'art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, dove la dignità è indicata esplicitamente come componente essenziale della persona umana e condizione di libertà ed eguaglianza. Basta considerare le evoluzioni recente dei più diversi sistemi costituzionali, dalla Freancia alla Polonia, dalla Germania al Brasile, dalla Svizzera alla Finlandia, da Israele al Sudafrica . Norme nuove, come l'art. 16 del codice civile francese o l'art. 2 del Codice italiano sulla protezione dei dati, parlano esplicitamente della dignità, e lo stesso fanno documenti internazionali, come la Convenzione del Consiglio d'Europa sui diritti dell'uomo e la biomedicina, che si apre con un riferimento alla dignità o la Dichiarazione universale sul genoma umano dell'Unesco. Si può, dunque, concludere che la nozione di dignità costituisce ormai un riferimento universale, essenziale ed ineludibile, anche se da valutare sempre negli specifici contesti culturali.

Partendo proprio da quest'ultima constatazione considerazione, si potrebbe però osservare che, come hanno sostenuto diversi studiosi soprattutto americani, nella tradizione della cultura occidentale si contrappongono due diversi modi di concepire la privacy: uno, appunto europeo, sostanzialmente fondato sull'idea di dignità; l'altro, tipico soprattutto degli Stati Uniti, fondato invece sull'idea di libertà. Ma le dinamiche legislative e culturali di questi anni dimostrano che, proprio nella materia della protezione dei dati, quella contrapposizione frontale non è più proponibile.

Nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, infatti, il diritto alla protezione dei dati è collocato proprio nella parte riguardante la libertà. Anche qui si riflette una importante evoluzione di questi anni, che ha trasformato l'antico diritto ad essere lasciato solo in una precondizione per l'esercizio di altri diritti e libertà fondamentali. La forte tutela dei dati sensibili è divenuta una componente essenziale dell'eguaglianza, per evitare che la raccolta di queste particolari informazioni possa trasformarsi in uno strumento di discriminazione delle persone. Ma la tutela dei dati sanitari o genetici è anche la condizione per realizzare il diritto alla salute, così come la tutela dei dati sulle opinioni diventa una premessa per esercitare la libertà di espressione, comunicazione, associazione, culto. E la condizione di lavoratore, l'accesso al credito e alle assicurazioni dipendono sempre di più dall'intensità di tutela delle informazioni personali. Nel modello europeo l'associazione tra privacy e libertà diviene sempre più stretta.

Se, d'altra parte, consideriamo le dinamiche americane, troviamo che nelle stesse definizioni della privacy si introducono elementi che possono essere ricondotti al conceptual framework della dignità. Si parla, infatti, della privacy come "tutela delle scelte esistenziali contro il controllo pubblico e la stigmatizzazione sociale" o "come la richiesta di strumenti sociali che ci mettano al riparo dal rischio d'essere semplificati, oggettivati e giudicati fuori contesto".

Questi sintetici riferimenti a complesse vicende culturali mostrano che la contrapposizione ricordata non è oggi proponibile. Soprattutto non è proponibile una estraneità della dimensione della libertà al modello europeo di privacy. Questo, anzi, si è progressivamente evoluto, affiancando alla tutela dell'intimità e della segretezza l'obiettivo di contrastare possibili discriminazioni, di rendere effettiva l'eguaglianza. Così cambia profondamente la funzione socio-politica della privacy, che si proietta ben al di là della sfera privata, divenendo elemento costitutivo della cittadinanza del nuovo millennio.

Se, a questo punto, si torna allo specifico tema della dignità, si può osservare che proprio la prospettiva e l'esperienza della nuova nozione di privacy possono contribuire ad eliminare una ambiguità messa in evidenza tutte le volte che si analizza questo concetto. E' vero, infatti, che il termine "dignità" viene impiegato tanto per esprimere una forte carica di rispetto dell'autonomia della persona e dei suoi diritti, quanto per sostenere la pretesa di un controllo delle persone e dei loro comportamenti in nome di valori che si vogliono imporre agli individui.

Nella materia della privacy l'accento è stato posto in maniera sempre più netta sulla necessità di eliminare o ridurre l'ingerenza di soggetti esterni nella sfera privata delle persone. Siamo, dunque, di fronte non ad una imposizione di valori, ma al suo opposto, alla possibilità di sviluppare liberamente la propria personalità e di partecipare in mpodo autonomo alla vita politica e sociale. Si vuole evitare che le scelte di vita siano condizionate da pressioni pubbliche e private, permettendo così a ciascuno di agire in piena autonomia. Questo spiega perché le stesse esigenze di sicurezza pubblica non possano mai ridurre la privacy in forme incompatibili con i caratteri propri di una società democratica; e perché la logica economica non possa legittimare la riduzione a merce delle informazioni personali.

Proprio questo contesto contiene le premesse perché la doppia lettura, o l'ambiguità, del concetto di dignità possano essere superate. Nel quadro della privacy, la dignità si precisa come un concetto riassuntivo dei principi di riconoscimento della personalità e di non riduzione a merce della persona, di eguaglianza, di rispetto degli altri, di eguaglianza, di solidarietà, di non interferenza nelle scelte di vita, di possibilità di agire liberamente nella sfera pubblica. Ad essa è estranea la pretesa di imporre valori. Non si impongono valori. Si pongono le premesse per l'autonomia ed il rispetto reciproco. Inoltre, l'art. 1 della Carta dei diritti prevede che la dignità debba essere non solo "rispettata", ma anche "tutelata", secondo uno schema già presente nel Grundgesetz tedesco. Questo vuol dire che i poteri pubblici non hanno solo un dovere negativo di astensione, di non interferenza nelle sfere individuali. Devono anche agire perché vi siano le condizioni positive che permettano a ciascuno di vivere in condizioni di dignità. Il diritto alla privacy rappresenta proprio una di queste essenziali condizioni.

Proiettata nella società, questa ricostruzione dei rapporto tra privacy e dignità si presenta come un fondamentale fattore di contrasto delle potenti logiche che premono per la trasformazione delle nostre organizzazioni sociali in società, della sorveglianza, della classificazione, della selezione discriminatoria. Un compito, tuttavia, che sembra divenire sempre più difficile.

Consideriamo il tema dell'eguaglianza. Stiamo assistendo ad una progressiva estensione delle forme di controllo sociale, motivate soprattutto con esigenze di lotta al terrorismo. Siamo di fronte ad un profondo mutamento sociale. La sorveglianza si trasferisce dall'eccezionale al quotidiano, dalle classi "pericolose" alla generalità delle persone. La folla non è più "solitaria" e anonima: è "nuda" La digitalizzazione delle immagini, le tecniche di riconoscimento facciale consentono di estrarre il singolo dalla massa, di individuarlo e di seguirlo. Il data mining, l'incessante ricerca di informazioni sui comportamenti di ciascuno, genera una produzione continua di "profili" individuali, familiari, territoriali, di gruppo. La sorveglianza non conosce confini.

Con una interpretazione estrema di questo mutamento, alcuni studiosi statunitensi hanno sostenuto che il passaggio da forme di controllo mirate verso singole persone e gruppi sociali ritenuti pericolosi ad un controllo oggettivo e universale avrebbe un effetto di "democratizzazione", perché escluderebbe ogni forma di selezione degli indagati e quindi di discrezionalità. Tutti eguali perché tutti controllati e schedati. L'eguaglianza di fronte allo Stato sarebbe garantita solo dall'abbandono di ogni garanzia.

Ma questa eguaglianza da campo di concentramento ferisce la dignità, nega la libertà, mortifica la democrazia. Certo, si può sostenere che si tratta di una ipotesi paradossale, da non prendere troppo sul serio. Ma, in realtà, essa porta alle estreme conseguenze una argomentazione brutalmente realistica e assai diffusa, che sostiene che non si può ricorrere al tradizionale bilanciamento tra valori e diritti diversi quando è in questione la sopravvivenza stessa dello Stato. Questo significa che tutti diventiamo potenzialmente, se non nemici, almeno sospetti, legittimando ogni forma di controllo di massa? Dobbiamo, dunque, rassegnarci a veder modificato il concetto stesso di libertà?

Un altro storico diritto di libertà, quello di circolazione, è oggi messo in pericolo dalle tecniche di videosorveglianza e di localizzazione delle persone. Anche qui la le possibilità di difesa sono affidate all'intreccio tra privacy e dignità, che assume particolare rilevanza dopo alcune notizie del luglio scorso, riguardanti in particolare l'applicazione alle persone delle tecnologie elettroniche della localizzazione.

In Messico, con una spesa di 150 dollari a persona, è stato impiantato un microchip nel braccio del Fiscal general e di altri 160 suoi dipendenti per controllare il loro accesso a un importante centro di documentazione e, eventualmente, per rintracciarli in caso di sequestro. Unico commento del Fiscal: "l'impianto mi ha fatto un po' male".

Il 19 luglio il Primo Ministro del Regno Unito ha annunciato un programma in base al quale i cinquemila più pericolosi criminali inglesi saranno "etichettati e seguiti" via satellite. Molti hanno messo in evidenza le difficoltà tecniche di questo progetto. Ma è la forza simbolica del messaggio a dover essere presa seriamente in considerazione.

Esso ha come premessa un profondo mutamento dello statuto giuridico e sociale della persona. L'aver scontato interamente la pena non basterà più per riconquistare la libertà. Se una persona viene classificata "ad alta propensione a commettere reati", perderà per sempre la libertà di circolazione e tutte le relative forme di autonomia individuale, perché le sarà imposto di portare uno strumento elettronico che ne renda possibile in ogni momento la localizzazione. E questa "etichettatura" delle persone pericolose potrebbe essere realizzata inserendo sotto la loro pelle un microchip. Cambierebbe così la natura stessa del corpo che, manipolato tecnologicamente, diverrebbe "post-umano".

Si può considerare questa prospettiva compatibile con il principio di dignità umana? Si può accettare l'ardita semantica blairiana che ha ribattezzato "società del rispetto" questa ulteriore versione della "società della sorveglianza"?

Preoccupandosi del futuro, è bene non perdere di vista un presente dove la videosorveglianza invade tutti gli spazi e la digitalizzazione delle immagini rende possibile ricostruire i nostri percorsi. Le tecnologie della videosorveglianza non solo incidono sulla libertà di circolazione, ma rendono "il passato visibile".

Questi effetti di controllo sulla localizzazione e di consegna ad una implacabile memoria di ogni nostro comportamento sono altrettanto evidenti nell'ambito delle comunicazioni elettroniche. Qui l'allungamento dei tempi di conservazione dei dati non solo sta cancellando il diritto all'oblio, ma moltiplica le possibilità di una ininterrotta di produzione di ogni sorta di profilo.

Quale dignità rimane ad una persona divenuta prigioniera di un passato interamente in mani altrui, di cui deve rassegnarsi ad essere espropriato?

Inoltre, l'irrompere della biometria propone nuovi intrecci tra corpo fisico e corpo elettronico. Il corpo fisico sta diventando una password. Il corpo elettronico, l'insieme dei nostri dati, è oggetto di un data mining sempre più aggressivo e capillare, motivato con esigenze di sicurezza o di mercato. La sorveglianza sociale si affida a guinzagli elettronici sempre più sofisticati. Il corpo umano viene assimilato ad un qualsiasi oggetto in movimento, controllabile a distanza con una tecnologia satellitare o utilizzando le radiofrequenze.

Davanti a noi sono mutamenti che toccano l'antropologia stessa delle persone. Siamo di fronte a slittamenti progressivi: dalla persona "scrutata" attraverso la videosorveglianza e le tecniche biometriche si può passare ad una persona "modificata" da diversi strumenti elettronici, dall'inserimento di chip ed etichette "intelligenti", in un contesto che sempre più nettamente ci trasforma in "networked persons", persone perennemente in rete, via via configurate in modo da emettere e ricevere impulsi che consentono di rintracciare e ricostruire movimenti, abitudini, contatti, modificando così senso e contenuti dell'autonomia delle persone, e quindi incidendo sulla loro dignità.

Quest'opera continua di erosione delle prerogative della persona, fino a trasformarne lo stesso corpo, convive in modo conflittuale non soltanto con la crescente attenzione per la dignità, ricordata all'inizio, ma con una vera e propria costituzionalizzazione della persona, particolarmente evidente nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e di cui il nuovo e autonomo diritto fondamentale alla protezione dei dati rappresenta un elemento essenziale.

"Non metteremo la mano su di te". Questa era la promessa della Magna Charta: rispettare il corpo nella sua integralità: "Habeas corpus". Questa promessa sopravvive ai mutamenti tecnologici. Ogni trattamento di singoli dati dev'essere considerato come se si riferisse al corpo nel suo insieme, ad una persona che deve essere rispettata nella sua integrità fisica e psichica. E' nata una nuova concezione integrale della persona, alla cui proiezione nel mondo corrisponde il diritto al pieno rispetto di un corpo che ormai è, al tempo stesso, "fisico" ed "elettronico". In questo nuovo mondo la data protection adempie alla funzione di assicurare quell'"habeas data" che i tempi mutati esigono, diventando così, com'è avvenuto con l'habeas corpus, un elemento inscindibile dalla civiltà.

L'analisi rigorosa delle minacce a privacy e dignità, dunque, non dev'essere conclusa con la rassegnazione o il pessimismo, né con un invito luddista a rompere strumenti tecnologici che sono peraltro vie straordinarie alla conoscenza ed alla partecipazione politica e sociale, fonti di benessere, mezzi per interventi appropriati e proporzionati per la sicurezza individuale e collettiva. Ma non dobbiamo mai dimenticare che la semplice disponibilità di una tecnologia non legittima qualsiasi sua utilizzazione, che deve essere valutata in base a valori diversi da quelli offerti della tecnologia stessa. La privacy non è un ostacolo, ma la via grazie alla quale le innovazioni scientifiche e tecnologiche possono legittimamente entrare nelle nostre società e nelle nostre vite.

Non ho timore di usare parole troppo impegnative. Ma sono convinto che la riflessione sulla protezione dei dati, su privacy e dignità, sia un passaggio ineludibile per comprendere la condizione dell'uomo in questo millennio e per definire i caratteri che la democrazia sta assumendo.

Dobbiamo avere la consapevolezza di tutto questo, in tempi che sono e saranno molto difficili. Proprio per questo il ruolo delle autorità indipendenti, costituzionalizzato dal Trattato costituzionale dell'Unione europea, diviene più impegnativo, e cresce la loro responsabilità nei confronti delle opinioni pubbliche.

Le autorità per la protezione dei dati personali lavorano sulla sottile frontiera che separa gli interventi corretti di bilanciamento tra la privacy e gli altri valori dalle limitazioni che possono snaturare i caratteri della democrazia. Dobbiamo parlare chiaro. Dobbiamo agire congiuntamente, perché nessuna singola autorità può fronteggiare adeguatamente fenomeni complessi e che si manifestano su scala globale. Dobbiamo farlo utilizzando nel modo migliore gli strumenti disponibili, in primo luogo il Working Party previsto dall'art. 29 della Direttiva europea 95/46.

Dobbiamo essere prudenti, capaci di dar risposte agli attacchi del terrorismo, ma soprattutto dobbiamo essere coraggiosi e non perdere la memoria di un passato che ci ricorda forme intollerabili di autoritarismo. Il rischio di interventi autoritari è di nuovo presente. La democrazia è un bene prezioso, ma fragile, che non può ritenersi acquisito una volta per tutte.

Può darsi che non sempre sarà possibile fermare qualche deriva autoritaria. Proprio per questo è dovere delle autorità indipendenti chiarire in ogni momento alle opinioni pubbliche quello che sta realmente accadendo.

Questo non è solo un obbligo morale. E' l'unico modo per adempiere alla nostra funzione istituzionale, come parte di quei poteri di bilanciamento necessari ad una vita sana della democrazia.