Se la nostra privacy
diventa una merce

di
Stefano Rodotà

Pochi giorni fa il Tribunale di Berlino ha stabilito che non sono ammissibili le interruzioni pubblicitarie in cambio di telefonate gratuite, in particolare quando si tratta di servizi finanziari.

Detto così, può sembrare un fatto marginale. In realtà, viene messa in discussione una tecnica che si sta diffondendo con grande rapidità, quella dell' offerta agli utenti di servizi gratuiti o a bassissimo costo in cambio della loro accettazione a ricevere regolarmente pubblicità, a consentire qualsiasi uso delle informazioni che li riguardano.

Un numero crescente di società (in Europa la più importante è la svedese GratisTel, che sta per iniziare la sua attività in Italia) offre appunto agli abbonati un particolare contratto, in base al quale non pagano o pagano molto poco per le loro chiamate, accettando però che le conversazioni siano regolarmente interrotte dalla pubblicità.

I giudici di Berlino, sollecitati a intervenire da un'associazione di consumatori, hanno sottolineato che gli spot pubblicitari inseriti ogni 90 secondi nella telefonata sono ascoltati anche dalla persona chiamata, che non può difendersi contro questa illegittima "invasione della sua sfera privata". E si sono richiamati a una precedente decisione della Cassazione tedesca, che aveva stabilito che, in via di principio, la pubblicità telefonica deve considerarsi "immorale", e perciò non possono essere considerati validi i contratti che la riguardano (la Corte Suprema austriaca ha esplicitamente vietato la pubblicità telefonica, ammessa invece in altri paesi europei).

Il direttore di Teleflash, la società tedesca che offre la pubblicità, ha annunciato un ricorso contro la sentenza, difesa invece dalle associazioni dei consumatori. Si annuncia un'aspra guerriglia giuridica, dietro la quale si scorgono questioni di principio assai rilevanti.

Può la pubblicità invadere ogni momento della nostra vita? Può ciascuno di noi accettare che altri si approprino di aspetti delicatissimi della sua sfera privata? Queste domande ci obbligano a riflettere sui caratteri che sta assumendo la società della comunicazione, e sul significato della persona in questa nuova organizzazione sociale.

La pubblicità è ormai onnipresente, si dilata, sembra non accettare confini.

Negli anni scorsi abbiamo avuto notizia di finanziamenti a università da parte di imprese che ottenevano pubblicità per loro prodotti nel corso delle lezioni. Negli Stati Uniti era stata progettata la distribuzione gratuita a tutte le scuole di audiovisivi interrotti dalla pubblicità dei finanziatori (e in Italia suscitò polemiche un più modesto tentativo di inserire qualche pagina di pubblicità nei libri di testo).

Si fa sempre più massiccia l'offerta di accesso gratuito ad Internet, o addirittura di ricevere gratis un personal computer, in cambio di una presenza continua della pubblicità sullo schermo del proprio computer, dell'accettazione di un invio regolare di messaggi pubblicitari di posta elettronica, della comunicazione di una gran massa di proprie informazioni personali che diventano "proprietà" di chi fornisce il servizio, che potrà poi utilizzarle nel modo che preferisce (vendendole, tracciando profili riguardanti la situazione personale patrimoniale, le preferenze, gli stili di vita).

Qualcuno osserverà che in tutto questo non vi è nulla di male, che ognuno dev'essere libero di disporre senza vincoli delle proprie informazioni. Se si è disposti a denudarsi, a non aver alcun momento di intimità, a essere accompagnati in ogni attimo della giornata da messaggi pubblicitari, perché impedirlo? Anche questo è libertà.

Se si vuole accettare un punto di vista così radicale, è necessario almeno avere consapevolezza di due fatti. Primo: nessun bene o servizio ci viene dato gratis; lo paghiamo con una risorsa sempre più pregiata, di cui il mercato ha sempre più bisogno, rappresentata dalle nostre informazioni personali; in cambio di quei beni o servizi non diamo denaro, ma una parte di noi stessi. Secondo: se la pubblicità diventa momento inscindibile di ogni aspetto della nostra vita, cambiano la stessa percezione del mondo, il senso che assumono i rapporti personali, l'istruzione, i fatti culturali, sempre più innervati e condizionati da quella che si avvia a divenire la sola cultura davvero trasversale, appunto quella pubblicitaria.

La sentenza tedesca, allora, può essere considerata come una delle possibili reazioni a questo tentativo di ridurre tutto alla misura pubblicitaria. Altrove, in particolare negli Stati Uniti, si indicano altre vie, come la considerazione delle informazioni personali come proprietà dell'interessato. Questa posizione, che ha tra i suoi assertori uno storico sostenitore dei diritti dei consumatori come Ralph Nader, può avere due significati.

Può voler dire che nessun dato può essere raccolto e utilizzato senza il consenso dell'interessato: in questo modo gli americani acquisterebbero un diritto che i cittadini europei già hanno (e, partendo da questo punto di vista, gli italiani comprenderanno che le molte richieste di consenso legate alla legge sulla privacy saranno forse un "fastidio", ma sono soprattutto il segno tangibile del loro potere di controllare le proprie informazioni). Ma potrebbe significare che anche i dati personali sono una merce tra le altre, con una pericolosa riduzione della persona alla pura logica di mercato.

Qui si arriva a una questione che va oltre lo specifico tema della pubblicità. Quali sono, nell'organizzazione sociale che si profila, i beni che devono rimanere fuori dal mercato?

Si tratta di una questione ineludibile perché mai, nella sua storia, l'umanità ha conosciuto un'attrazione totale di tutte le cose nel mondo delle merci. Si tratta di una questione non riducibile alle sole informazioni personali perché, ad esempio, riguarda beni fondamentali come la salute o l'istruzione, e dunque la sopravvivenza stessa di diritti sociali universali.

Che cosa accadrebbe, poi, se fosse cancellata ogni zona d'intimità, se pure la nuda vita fosse posseduta dalla pubblicità, se fosse comprata e venduta ogni informazione che ci riguarda?

Ha scritto Lewis Mumford nel suo gran libro su "La cultura delle città": "Il primo mutamento radicale destinato a infrangere la forma della casa di abitazione medievale fu lo sviluppo del senso di intimità. Questo, infatti, significava la possibilità di appartarsi a volontà dalla vita e dalle occupazioni in comune coi propri associati. Intimità durante il sonno; intimità durante i pasti; intimità nel rituale religioso e sociale; finalmente, intimità nel pensiero".

La conquista dell'ingannevole libertà di far commercio d'ogni propria informazione avrebbe un prezzo ben più alto d'una telefonata gratuita o d'un computer in regalo. Significherebbe perdita della sovranità su se stesso, rinuncia ad una sfera solo nostra, dove sviluppare la personalità fuori da classificazioni obbliganti e perseguire davvero la pienezza della libertà.

(Ndr: ripreso da la Repubblica del 7 agosto 1999)