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BANCHE: RISCHIO DI ILLECITO PENALE PER PUBBLICITA’ INDESIDERATA AI CLIENTI

La banca che invia materiale pubblicitario, nonostante la volontà contraria del cliente, viola la privacy e rischia di incorrere nel reato di illecito trattamento dei dati personali.

Lo ha stabilito il Garante che ha anche imposto alla banca il pagamento delle spese del ricorso, pari a 250 euro, da rifondere al correntista per non aver adempiuto prontamente alle sue richieste. Il cliente dell'istituto di credito, infatti, pur avendo al momento della sottoscrizione del contratto espresso la volontà di non ricevere informazioni commerciali, continuava a ricevere, insieme agli estratti conto, anche messaggi promozionali. Aveva, allora, avanzato, ai sensi della legge sulla privacy, una richiesta alla banca perché cessasse l'invio.Continuando a ricevere la pubblicità, si era allora rivolto al Garante lamentando l'inottemperanza da parte dell'istituto di credito.

La banca chiamata dall'Autorità a giustificare il suo operato, aveva sostenuto il carattere informativo-didattico delle comunicazioni, necessarie per far conoscere alla clientela le procedure connesse all'introduzione dell'euro, ritenendo inoltre che tale funzione informativa non fosse alterata da una presenza, ritenuta marginale, di messaggi promozionali. A seguito dell'intervento del Garante, la banca si era impegnata ad escludere il nominativo dell'associazione dagli elenchi predisposti per le comunicazioni promozionali.

Dalla documentazione prodotta era, comunque, emerso che il cliente, al momento della sottoscrizione dei modelli di informativa e consenso, aveva manifestato la propria contrarietà all'utilizzo dei dati personali per fini di informazione commerciale, ricerche di mercato, offerte di prodotti o servizi e aveva poi ribadito tale richiesta. Il comportamento della banca, che non avrebbe dovuto inviare materiale promozionale né prima dell'opposizione, né successivamente, è risultato dunque illegittimo.

Il Garante ha, di conseguenza, disposto che copia degli atti fosse inviata per quanto di competenza all'Autorità giudiziaria alla quale spetta di valutare se l'istituto di credito sia incorso nel reato di trattamento illecito di dati personali (art. 35 legge 675/1996), reato che è punito con la reclusione fino ad un massimo di tre anni.