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PRIVACY E IMPRESE:
I SONDAGGI MOSTRANO UN CRESCENTE BISOGNO DI REGOLE

Un sondaggio reso pubblico i primi di maggio da White & Case, uno dei maggiori studi legali internazionali, mostra come in 15 fra i più importanti Stati a livello mondiale sia sempre più frequente il ricorso a norme a tutela della privacy riguardo all'uso dei dati nelle attività economiche. Permangono, tuttavia, notevoli differenze nell'approccio e nell'ambito di applicazione delle singole leggi nazionali.

Tra i 15 Paesi presi in esame non è compresa l’Italia: sono presenti invece Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Svezia. Gli altri Paesi sono rappresentati da USA, Messico, Brasile, Cile, Australia, Cina, Hong Kong, Singapore, Giappone e Russia. In tutti esiste almeno una legge nazionale in materia di privacy, e in molti casi sono previste modifiche a breve termine. Nella maggioranza di questi Paesi vi sono limitazioni per i flussi transfrontalieri di dati (in tutti tranne che in Brasile, Russia e USA), ed è prevista un'informativa per gli interessati rispetto alla raccolta e all'utilizzazione dei loro dati. Sono inoltre regolamentati la prestazione del consenso, il diritto di accesso ai dati e le misure di sicurezza da parte del titolare del trattamento.

In tutti i Paesi, fatta eccezione per Australia, Hong Kong e Singapore, l'interessato si rivolge all'autorità giudiziaria per ottenere il riconoscimento dei diritti sanciti dalla legge.Negli altri tre Paesi, oltre che in Spagna e Giappone, l'interessato può istituire un procedimento dinanzi ad autorità amministrative competenti (così avviene del resto anche in Italia attraverso il ricorso presentato al Garante). In tutti i Paesi, tranne Cile e Spagna, la violazione delle norme di legge relative alla protezione dei dati può essere punita con sanzioni penali. In Cile e Spagna, tuttavia, alcune norme del codice penale in vigore prevedono già divieti specifici in questo campo.

Il fatto che molte delle leggi nazionali riguardino non soltanto la protezione dei dati in senso stretto, ma anche garanzie contro l'utilizzazione dei dati personali per scopi commerciali, riflette chiaramente l'accresciuta sensibilità dei consumatori rispetto a questi temi: c'è, infatti, una diffusa richiesta di maggiori tutele, e molte delle imprese più avvertite sembrano avere compreso che solo instaurando un rapporto di vera fiducia con il consumatore potranno massimizzare i profitti.

Proprio in questo senso vanno i risultati di altri studi e sondaggi pubblicati fra aprile e maggio da parte di istituti specializzati. Forrester Research, ad esempio, ha reso noti i risultati di uno studio dal quale risulta che il 70% dei consumatori esaminati (6.000) teme che i siti Web non rispettino adeguatamente i loro dati, e il 61% non fornisce informazioni personali per il timore delle possibili conseguenze. Più dell'80% ritiene che i dati sul reddito, i familiari, l'indirizzo e il telefono del luogo di lavoro non dovrebbero essere comunicati ai siti che fanno commercio elettronico. D'altra parte, meno del 30% degli intervistati si è dotato di strumenti informatici per cautelarsi da possibili rischi (filtri, firewall), e poco più del 30% legge regolarmente le informative sulla privacy fornite dai siti Web. Va detto, a questo proposito, che molte di tali informative sono incomprensibili per l'utente medio, essendo scritte in un linguaggio per addetti ai lavori.

Dunque, cosa possono fare le imprese? Senz'altro migliorare la propria politica nei confronti del consumatore, scegliendo un approccio trasparente ed un linguaggio comprensibile nelle comunicazioni con i clienti. Volendo sintetizzare, si potrebbe dire che "l'onestà paga". E' chiaro che, soprattutto negli USA, le imprese temono di doversi confrontare con una babele di leggi diverse che, nei singoli Stati della federazione, dovessero prevedere obblighi difformi; questa osservazione vale ancora di più per le imprese multinazionali che operano in più Paesi e, come segnala lo studio di White & Case, devono rispettare norme nazionali non sempre armonizzate. Tuttavia, anche negli USA qualcosa si sta muovendo a livello federale, soprattutto per quanto riguarda la regolamentazione del commercio elettronico (nel senso di vietare la raccolta e la diffusione dei dati generati dalla navigazione dei clienti attraverso Internet). E il messaggio giunto dai consumatori va nettamente nello stesso senso: chiarezza, semplicità, trasparenza — qualunque sia il luogo in cui avviene la transazione.