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TRACCIATE LE LINEE D'INTERVENTO CONTRO L'USO IMPROPRIO DEI DATI GENETICI IN UN CONVEGNO A ROMA

Mercoledì 21 luglio si è svolto a Roma il convegno, organizzato da Legambiente con la collaborazione del Garante per la protezione dei dati personali e del Comitato nazionale per la bioetica, intitolato "I nostri dati genetici" a cui hanno partecipato Giovanni Berlinguer, Ermete Realacci, Bruno Dallapiccola, Mario Condorelli, Marina Frontali, Paolo Vineis.

Il convegno ha avuto lo scopo di riflettere sul fenomeno sempre più diffuso dei test genetici e sull'irrompere di logiche esclusivamente commerciali nell'uso di dati genetici, ma anche quello di confermare la necessità di assicurare una adeguata normativa a garanzia della riservatezza delle informazioni genetiche e del loro corretto uso.

Aprendo i lavori del convegno, Giuseppe Santaniello, vice presidente dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha delineato il contesto giuridico e le prospettive di azione in materia di informazioni genetiche. Il vice presidente del Garante ha affermato che, se nel suo complesso, la normativa italiana è ancora insufficiente, la legge n.675 del 1996 sulla protezione dei dati personali rappresenta un momento fondamentale poiché fissa le norme per il trattamento dei dati sensibili, in particolare di quelli sanitari e genetici. Sulla scorta di questa legge "il Garante ha svolto un ruolo di battistrada e, di fatto, ha tracciato le linee guida per inquadrare giuridicamente il delicato tema dei dati genetici e per sensibilizzare l'opinione pubblica".

Il prof. Santaniello ha ricordato la prima autorizzazione generale sul trattamento dei dati sensibili emanata dall'Autorità nel 1997 che ha autorizzato il trattamento dei dati genetici entro determinati limiti e cautele: con il consenso scritto dell'interessato il trattamento dei dati genetici deve limitarsi alle informazioni e alle operazioni indispensabili per tutelare l'incolumità fisica e la salute dell'interessato, di un terzo o della collettività. E' invece necessaria un'apposita autorizzazione del Garante nel caso in cui l'interessato non abbia prestato il proprio consenso e il trattamento sia finalizzato alla tutela della salute di un terzo o della collettività.

L'azione di intervento e di orientamento giuridico del Garante proseguirà con la prevista emanazione, entro il 1° ottobre, della specifica autorizzazione generale sui dati genetici, che rappresenterà l'ulteriore momento di evoluzione normativa in materia.

Ad avviso di Santaniello è comunque necessario "ampliare il processo di produzione giuridica sia a livello nazionale che internazionale ed arrivare ad una cornice legislativa tra tutti i Paesi interessati a dare un quadro normativo alle informazioni genetiche".

In questa direzione, occorre muoversi in un "policentrismo di fonti", utilizzando non solo fonti legislative di tradizione europea, ma mutuando anche il modello di diritto americano basato sui codici di autodisciplina.

Sull'uso dei test genetici e sullo sviluppo delle conoscenze in campo scientifico, Santaniello ha sottolineato, infine, la necessità di evitare le discriminazioni sociali sulla base dei dati genetici, ricordando a questo proposito l'importante decreto emanato di recente dal Presidente Clinton che fa divieto agli enti federali di discriminare i propri dipendenti sulla base delle informazioni ricavate dai test genetici.

Un piano d'azione in sette punti per assicurare un utilizzo corretto dei dati genetici e per evitare l'uso a fini economici, commerciali o discriminatori di questi dati personali delicatissimi, è stato proposto da Stefano Rodotà. Il presidente dell'Autorità Garante, ha affrontato il complesso intreccio - etico, sociale, giuridico ed economico - tra nuove conquiste in campo scientifico, diritto di proprietà sulle informazioni genetiche, la particolare protezione che ad esse occorre garantire e i rischi di discriminazione sociale insiti nell'uso senza regole dei test genetici.

Ha innanzitutto ricordato come i dati genetici siano strutturalmente diversi dagli altri dati di tipo sensibile perché vengono condivisi tra alcuni soggetti, dando origine ad un nuovo gruppo sociale, e perché sono immodificabili.

I dati genetici dunque, oltre a richiedere per la loro stessa delicatezza una tutela rafforzata, pongono problemi di gestione e di raccolta del tutto particolari. Rodotà ha puntato l'indice contro la tendenza in atto di considerare le informazioni derivanti dai test genetici, la cui attitudine predittiva è assai variabile, come dati socialmente certi, tali da poter trasformare la dimensione clinica di eventuali patologie in dimensione sociale, attraverso discriminazioni ed abusi operati sulla base della conoscenza delle informazioni genetiche.

Inoltre, il diffondersi dei test genetici pone nuovi problemi e fa emergere possibili conflitti tra diritto alla salute e diritto alla privacy ed è per questo che occorre pervenire ad un bilanciamento dei due interessi.

Dietro il boom dei test genetici e la crescita esponenziale di questo tipo di analisi c'è la forte pressione di interessi commerciali da parte del mercato, ha ricordato Rodotà, e occorre sviluppare una forte consapevolezza sociale per non cadere in quella che è stata definita la "genomizzazione della medicina" il cui più inquietante esempio è offerto dai siti statunitensi che, saltando completamente l'intermediazione di medici e specialisti, offrono test e kit fai-da-te a buon mercato.

Rodotà ha indicato un piano di azioni concrete ed immediate da intraprendere entro sei mesi. Ecco il piano in 7 punti:

  1. ratifica da parte dell'Italia della Convenzione di Oviedo del 1997 sui diritti dell'uomo e la biomedicina;
  2. modifica dell'articolo della Direttiva Europea sulle biotecnologie che prevede surrettiziamente la brevettibilità del genoma;
  3. emanazione entro il 1 ottobre da parte del Garante per la protezione dei dati personali della prevista autorizzazione generale sui dati genetici;
  4. avvio dei controlli sui laboratori di analisi e istituzione, sulla scorta di quanto già fatto in altri Paesi, di un comitato ministeriale per i test genetici: in Italia sono attivi ben 96 laboratori di analisi genetica contro i 234 di tutti gli altri Paesi dell'Unione Europea messi insieme;
  5. promozione di piani di formazione per gli operatori e valorizzazione della figura del consulente genetista prevedendo la sua controfirma nel consenso informato oggi troppo spesso ridotto a mero adempimento burocratico;
  6. individuazione di regole per i ricercatori: il Garante in questo senso si impegnerà a far conoscere meglio le norme che già esistono sull'uso dei dati genetici;
  7. blocco del commercio internazionale di informazioni genetiche. Ci sono siti americani che offrono test genetici che dichiarano un loro corrispondete in Italia e Rodotà ha affermato che deve essere valutata la legittimità della raccolta dei dati operata da questi siti in Italia. Il presidente del Garante ha ricordato, infatti, che la legge italiana sulla privacy prevede che le informazioni vengano trasferite solo in Paesi che assicurino un adeguato livello di protezione e che i dati genetici non fanno parte dell'accordo tra USA e UE denominato "safe harbour". In ogni caso i principi del "safe harbour" esigono che la raccolta di dati in Europa da parte di soggetti americani rispetti le regole vigenti nei Paesi dell'Unione.
A proposito dell'accordo tra USA e UE, Rodotà ha fatto sapere che entro luglio esso verrà firmato, ma che il Comitato dei Garanti europei sta già lavorando per regolamentare il trattamento dei dati esclusi dal "safe harbour" attraverso la definizione di contratti tipo sottoscritti dalle imprese americane.

Rodotà ha, infine, annunciato che il Garante ha già avviato alcune prime verifiche sulle ricerche che si stanno svolgendo in Sardegna per accertare, con particolare attenzione, il rispetto dei diritti delle persone coinvolte e scongiurare rischi di commercializzazione dei loro dati.